La Reazione

un blog di sinistra.

Una notte nella piazza di Syriza.

Oggi un nuovo giornale online spagnolo, La Grieta, ha pubblicato la mia cronaca di quello che è successo domenica 25 gennaio ad Atene, nella piazza di Syriza, dove la quantità di stranieri venuti da tutta Europa per assistere alla vittoria di Tsipras quasi equiparava quella dei greci presenti. Qui di seguito il mio articolo, che mi auguro di riuscire a tradurre in italiano quanto prima:

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«Queremos dar las gracias a todos los compañeros que han venido hasta Atenas desde toda Europa para apoyar la batalla electoral de Syriza. La de hoy no es una victoria solo de Grecia, sino de todos los pueblos que luchan para condiciones de vida dignas y para acabar con la austeridad».

Cuando, hacia las diez de la noche del pasado domingo, estuvo claro que el partido de Alexis Tsipras iba a conquistar casi la mayoría absoluta de los escaños del Parlamento griego, estas palabras resonaron cuatro veces en la Plaza Klafthmonos, provocando las lágrimas de muchos. La primera en italiano, la segunda en inglés, después en francés y finalmente en español. No eran ni la mitad de los idiomas que se podían escuchar en la carpa montada por Syriza en esta céntrica plaza de Atenas para seguir en directo el escrutinio. Nosotros habíamos llegado allí a las siete, acogidos por el clamor que había acompañado la aparición de los primeros exit polls o encuestas a pie de urna (donde Syriza apuntaba a entre el 36 % y el 40 % de los votos) en la pantalla gigante colocada al fondo de la carpa.

La cantidad de extranjeros presentes fue lo primero que nos impactó.Además de un número impresionante de italianos (300, según una estimación a la baja de la prensa italiana), encontramos muchos españoles y franceses y grupos más pequeños de ingleses, belgas, alemanes, portugueses, daneses e incluso un chico y una chica finlandeses. Nadie, entre aquellos con los que hablamos, se encontraba allí de casualidad, ningún transeúnte o estudiante Erasmus curioso: todos habían cogido vuelos con horarios imposibles y escalas infernales para asistir al día electoral, pillarse una borrachera de socialismo real por la noche y volver a trabajar, a más tardar, el martes. En esta masa internacional, cuyo tamaño se doblaba al contar a los periodistas, los griegos, que saldrían a las calles más tarde para el discurso de Tsipras, eran contados.

Los propios griegos parecían los más sorprendidos de semejante participación europea en sus elecciones: cuando el día anterior llegamos a nuestro hostal de la plaza Monastiraki en una increíble terraza con vista a la Acrópolis, la dueña nos dijo que no entendía por qué había tantos guiris con pegatinas de Syriza en sus chaquetas: «Lo vais a ver, no cambiará nada. Claro que va a ganar Tsipras, pero es igual que los otros, los políticos, ¡todos ladrones!». Un minuto después de esta conversación, en el ascensor, una señora con una chapa de la bandera republicana española en su jersey nos escucha hablar su idioma y nos pregunta si sabemos dónde está la sede de Syriza. Regalamos a esta mujer de Bilbao de cerca de cincuenta años, que había venido sola a Atenas por la misma razón que todos, nuestro dibujo del mapa de la ciudad con los lugares clave del domingo electoral y salimos a buscar un sitio para cenar. Nos acompañaba un amigo italiano que hablaba griego, lleno de pegatinas hasta en el sombrero: en la primera esquina se para a charlar con el camarero de un restaurante –en el que acabamos atracándonos de pitas gyros a dos euros cada una– que le da las gracias por el apoyo a Syriza y se declara seguro de que para Grecia está a punto de empezar una nueva época. Escenas semejantes se repetirán tantas veces a lo largo de nuestra estancia en Atenas que cuando la vieja dueña de una tienda de souvenirs, al vernos, se puso a saltar gritando «¡Fuerza, Tsipras! ¡Berlusconi merda!», prometiéndonos un descuento sobre sus productos, empezamos a preguntarnos cuál es el límite entre el entusiasmo político y la estrategia comercial.

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Una replica di Vittorio Parisi a “La satira è un’arma spuntata”.

Nel mio ultimo post ho preso come spunto polemico la recensione scritta da Vittorio Parisi, per Valigia Blu, dell’ultimo numero di Charlie Hebdo.

Vittorio ha scritto un’interessante contro-replica che condivido con i lettori de La Reazione:

Il bell’intervento che l’amico Lorenzo D’Agostino ha scritto sul suo blog La Reazione chiama direttamente in causa una mia recensione dell’ultimo numero di Charlie Hebdo – recentemente apparsa su Valigia Blu  opponendo una critica assai ben argomentata e originale alla mia tesi secondo cui la political correctness andrebbe interpretata come dispositivo foucauldiano, cioè come strumento di autoconservazione del potere.

Lorenzo spazia su questioni da me trascurate, avendo io piuttosto esplorato l’uso che il potere fa delle immagini e le reazioni metastoriche a queste ultime (su tutte l’iconoclastia). Alla luce delle critiche che vengono mosse alla mia lettura della political correctness, la mia posizione rischia forse di apparire quella, invero poco lunsinghiera, di un manicheo o di un volterriano. Colgo dunque l’occasione per difenderla e per fugare alcuni equivoci, sicuramente dovuti all’eccessiva rapidità di certe mie affermazioni.

C’è, innanzi tutto, un equivoco di fondo, quando Lorenzo scrive che la tesi che egli difende sarebbe contraria alla mia: il fatto che il politicamente scorretto possa essere un’arma retorica in mano al potere (sua tesi) non esclude, a mio avviso, che quello stesso potere disponga della political correctness per conservarsi (mia tesi). Del resto, nel mio intervento non parlo mai esplicitamente di “politicamente scorretto”, né dei suoi presunti pro o contro. Mi limito, invece, ad analizzare gli “effetti collaterali” del suo opposto, o in altre parole: quei vantaggi che il potere trarrebbe, il più delle volte indirettamente e anzi proprio per mano di chi dovrebbe opporvi resistenza, dall’impiego della political correctness.

Vi sono poi equivoci più specifici. Nel mio intervento, dico che “tra puritani di ieri e puritani di oggi la differenza è minima”. Con ciò non è affatto mia intenzione affastellare sotto il novero (singolare, astratto e di comodo, non già platonico) di potere, o di capitale, il “ministro baffuto del XIX secolo, il censore democristiano di sessant’anni fa e l’odierno speculatore finanziario”, senza sottintendere necessarie quanto ovvie distinzioni.

E ancora, nello scrivere che “l’unica vera autorità religiosa costituita è il capitale”, non avevo calcolato il rischio che questa mia affermazione potesse essere interpretata come: “il capitale è ancor oggi schierato ideologicamente dalla parte della religione e pronto a difenderla in ogni momento”. In verità quella mia frase va intesa né più né meno che letteralmente: cioè, in sintonia con lo scritto corsaro di Pier Paolo Pasolini citato da Lorenzo (http://www.pasolini.net/madrid-saggi09.htm), sostengo che il capitale si sia sostituito esso stesso alla religione, e che l’unico culto veramente consentito sia quello del libero mercato e del consumo. Penso che questa considerazione possa addirittura funzionare da parafrasi agli slogan dei Jesus Jeans, nella finzione secondo cui, a pronunciare il comandamento e l’invito “Non avrai altro Dio all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua”, sarebbe il jeans, il consumo e, via via metonimicamente, il capitale.

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La satira è un’arma spuntata: del perché l’accanirsi sul sacro non dà fastidio al potere.

Valigia Blu ha pubblicato una recensione del primo numero di Charlie Hebdo uscito dopo la strage del 7 gennaio. L’autore dell’articolo, Vittorio Parisi, commenta così l’editoriale di Gérard Biard:

“Je suis Charlie vuol soprattutto dire sono la laicità” scrive Gérard Biard nel suo bellissimo editoriale. E “Sono la laicità” sembrava proprio il sottotitolo della straordinaria, impressionante partecipazione della Francia intera alla marcia repubblicana dell’11 gennaio. Un popolo ultimamente spaccato da tante questioni – il mariage pour tous, i problemi di integrazione – che si ritrova unito e indissolubile nel difendere la libertà di pensiero, di parola e di satira dal fascismo e dall’intolleranza (quella vera, che nulla ha a che vedere con la satira, come nel caso di Dieudonné): il droit de réponse unica, straordinaria arma di contestazione in un paese dove, beati loro, il culto della political correctness non ha mai davvero attecchito.

Il “politicamente corretto” è il bersaglio principale della recensione di Parisi, che in esso individua addirittura un “dispositivo” foucaultiano di rafforzamento del potere:

L’unica vera autorità religiosa costituita è il capitalismo, e il dispositivo linguistico da esso impiegato per la propria conservazione è la political correctness.

È questa una formulazione elegante e sofisticata di un’idea condivisa più o meno coscientemente da tutti coloro che negli ultimi giorni hanno affermato in buona fede (non parliamo quindi di Pigi Battista, di Daniela Santanchè né dei simili loro) di essere Charlie: poiché il potere (cattivo per definizione) si nasconde dietro cortine ideologiche, e la satira si occupa precisamente di aprire squarci in queste cortine per mezzo della dissacrazione, alla satira non devono essere posti limiti: il limite più subdolo e forse più potente è il politicamente corretto.

Ora, il problema di queste prese di posizione è che i concetti di cui si servono dandone per scontato il contenuto sono tutt’altro che scontati: in particolare la parola potere, dalla cui definizione discendono a catena quella di satira come suo smascheramento e di politicamente corretto come suo dispositivo di conservazione, sembra riferirsi nell’utilizzo comune a una realtà rimasta immutata dal secolo XIX. A dar retta ai Charlie Hebdo della rete, il baffuto ministro che ordinava di cannoneggiare le folle affamate di fine Ottocento, il grigio censore democristiano che disponeva i falò dei film di Bertolucci e il manager cocainomane di un hedge fund londinese sarebbero praticamente lo stesso personaggio, con identici interessi, identici tabù culturali, e un cardinale e un generale al proprio fianco a puntellarne il potere. Disgraziatamente, l’immagine che in Italia il potere dà di sé nella seconda decade del terzo millennio non aiuta a difendere la tesi che le cose siano un po’ più complesse di così.

Renzi o le 120 Giornate di Sodoma.

Renzi o le 120 Giornate di Sodoma.

Eppure le cose sono più complesse di così. Per provare a capire cosa realmente sia nell’interesse del potere – ammesso che se ne possa parlare al singolare, come fosse un’idea platonica – converrà analizzare da vicino, adottando un approccio bottom up, il suo presunto dispositivo di difesa, il politically correct. Ora, prendendo in esame internet, il principale medium di intrattenimento della quasi totalità degli occidentali con meno di trent’anni (alzi la mano chi ha mai comprato una rivista di vignette satiriche in edicola, o anche solo un film porno in pay-per-view), viene da dubitare della stessa esistenza di un simile dispositivo. Anche limitandosi alle sole pagine web mainstream (Facebook, 9gag, Pinterest…), non c’è un singolo tabù concepibile dalla mente umana che non sia sistematicamente infranto: la blasfemia è tanto diffusa che quasi non merita di essere menzionata, ma c’è l’imbarazzo della scelta anche per chi trova divertente l’antisemitismo, la pedofilia, qualsiasi altro tipo di depravazione sessuale, per menzionare solo i più innocenti tra i contenuti disponibili online.

Ora, è senz’altro vero che contenitori più “istituzionali” – televisioni, musei, giornali – si sforzano di preservare la sacralità di ciò a cui siamo soliti attribuire valore, come l’infanzia, l’olocausto o il benessere dei gattini. Non mi sembra, però, che si possa dire lo stesso della religione. Di nuovo, la particolare situazione del Paese che ospita il Vaticano può indurre in inganno; eppure, anche in Italia la censura in materia religiosa interviene più a difesa di singoli individui dotati di un potere politico che del sacro religioso in quanto tale. Insomma è più facile che un censore si mobiliti a difesa di un papa che dello spirito santo.

Il punto è che al capitalismo della religione non frega più nulla almeno dal secondo dopoguerra. Un fatto che a Pasolini era perfettamente chiaro già nel 1973, quando l’Italia veniva tappezzata, malgrado le proteste dell’Osservatore Romano, di questi manifesti pubblicitari:

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Nel suo articolo “Il folle slogan dei Jeans Jesus”, poi raccolto negli Scritti Corsari, Pasolini scriveva:

Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell’apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.

Per Pasolini la religione stava ormai deperendo “come autorità e forma di potere”, mentre sopravviveva “in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile”. Credo che quest’analisi sia non solo tutt’oggi valida, ma che ci dia una chiave di lettura per interpretare in termini di prodotto di consumo ciò che resta della censura religiosa.

Le espulsioni per blasfemia dei concorrenti del Grande Fratello sono il miglior esempio di ciò che sto cercando di dimostrare. Il primo episodio risale alla quinta edizione del programma, nel 2004, in cui un tale Guido, la cui balbuzie rende tutto più divertente, si abbandona in diretta a un torrente di porcoddio. Poche cose al mondo dimostrano l’inequivocabile morte di Dio come il video dell’espulsione di Guido dalla Casa:

Da allora l’espulsione per bestemmia si è trasformata praticamente in un format dentro il format, ripetendosi in molte delle successive edizioni con annesse denunce di Moige e Codacons, facce contrite di Barbara d’Urso che rampogna mezza nuda in studio sul rispetto della morale, disperazione e pianti dei concorrenti, inutile ma sincero pentimento del blasfemo punito.

***

Il fatto che il capitalismo tragga ormai vantaggio dal tabù religioso soltanto nella misura in cui questo può essere degradato a prodotto di intrattenimento della più bassa specie – e solo fin quando lo spettatore medio del Grande Fratello si sentirà insultato da una bestemmia – non significa che esso non disponga di un proprio senso del sacro. È sempre Pasolini a individuare nella laicità – quella laicità per cui hanno dato la vita i disegnatori di Charlie Hebdo – il “nuovo valore” su cui la nuova borghesia sarebbe forse stata capace di edificare una nuova cultura. Contro la sua stessa predisposizione, in quanto ultimo depositario “di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita”, a concepire il futuro tecnocratico che gli si annunciava come “un mondo di morte”, Pasolini intravede nello slogan blasfemo dei Jeans Jesus, partorito da una classe di nuovi industriali e nuovi tecnici “completamente laici”, “la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo tecnologico”.

Il politicamente scorretto come estetica del nuovo potere: questa la conclusione a cui si giunge seguendo Pasolini. Il sacro del capitalismo consisterebbe così nell’affermazione incondizionata dell’individualità contro ogni sovradeterminazione istituzionale – politica, familiare o religiosa che sia. Nel 1997 il giornalista statunitense Thomas Frank ha pubblicato un bellissimo libro, non tradotto in italiano, sull’evoluzione della cultura d’impresa americana negli anni Sessanta, dimostrando come questa, lungi dal vedere nelle rivendicazioni antiautoritarie del movimento giovanile una forza ostile, ne condividesse in pieno lo spirito. Frank confuta la visione tradizionale secondo la quale il mondo del business sarebbe stato “the monolithic bad guy who had caused America to become a place of puritanical conformity and empty consumerism”, e ci racconta la nascita del moderno capitalismo della “rivoluzione permanente” come prodotto di una profonda sintonia di valori tra gli elementi più dinamici della borghesia americana e i movimenti di protesta degli anni Sessanta. Fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui

 Commercial fantasies of rebellion, liberation, and outright “revolution” against the stultifying demands of mass society are commonplace almost to the point of invisibility in advertising, movies, and television programming.

La bohème, la ribellione alle regole e all’autorità costituita, la genialità visionaria, la lotta dell’individuo per emergere dal mare del conformismo: sarebbero questi i principali mattoni che formano la cortina ideologica dietro la quale si protegge oggi il potere.

Ma dici a me?

Ma dici a me?

***

Nel libro del 1994 “La cultura del narcisismo”, Christopher Lasch ha scritto:

Sono i fatti a rendere ormai inadeguate le critiche di tipo libertario alla società moderna […]. Sono ancora molti i ‘radicali’ che continuano a dirigere la loro indignata protesta contro la famiglia autoritaria, la morale sessuale repressiva, la censura in campo letterario, l’etica del lavoro e altre istituzioni fondamentali […] che in realtà sono state indebolite o abbattute dallo stesso capitalismo avanzato. Costoro non si rendono conto che la ‘personalità autoritaria’ non rappresenta più il prototipo dell’uomo economico. L’uomo economico è stato a sua volta sostituito dall’uomo psicologico dei giorni nostri – il prodotto finale dell’individualismo borghese.

Leggendo queste parole si potrebbe credere che Lasch fosse una specie di trombone moralista. E invece il grande sociologo americano, che Claudio Giunta ha definito, nell’ottimo saggio da cui traggo queste citazioni, “un conservatore di sinistra”, è stato tra i maggiori campioni del politically incorrect del secolo passato. Epica in particolare la sua capacità di mandare su tutte le furie le femministe, con frasi come questa: “Certi slogan sulla ‘liberazione delle donne’ mascherano la necessità economica che trascina le donne sul mercato del lavoro”. Il politicamente scorretto di Lasch altro non riflette che la sua capacità di leggere in profondità la natura del potere contemporaneo:

Se riusciremo a superare le false polarizzazioni generate dalla politica del genere e della razza, scopriremo forse che le divisioni reali sono ancora quelle di classe […]. È appena il caso di ricordare che le élite che danno il tono alla politica americana, anche quando sono in disaccordo praticamente su tutto il resto, hanno un forte interesse comune nel voler soffocare una politica di classe. (La ribellione delle élite, pp. 96-97)

In questo senso si dimostra giusta l’intuizione che vede nel politicamente corretto un dispositivo di salvaguardia del potere: la difficoltà sta nell’individuare i gangli realmente sensibili, senza adagiarsi su concezioni vecchie di un secolo di ciò che è dissacrante e sovversivo. Alla luce di queste considerazioni, si potrebbe tentare di ridefinire il politicamente scorretto come ciò che mette in discussione l’uguaglianza davanti al mercato degli individui in quanto consumatori. Ed è evidente che la satira religiosa rientri a stento nella definizione.

Non è un caso che la Francia di Charlie Hebdo sia stata colta dall’isteria quando per le strade di Parigi comparvero queste inoffensive locandine, di cui fu subito ordinato il ritiro perché giudicate sessiste:

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“Sto entrando in riunione”.

Con ciò non si vuole suggerire né che chi fa satira sia in realtà un servo sciocco del capitalismo, né che i comici farebbero meglio a indirizzare i propri strali contro l’uguaglianza dei sessi e delle razze anziché contro la religione. Per rendere giustizia alla complessità della realtà, occorre però dire che molte battaglie sacrosante – contro il patriarcato, contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale o sulla razza, contro il bigottismo intollerante della religione – non mettono in discussione l’assetto presente del potere, e anzi spesso lo assecondano. La battaglia per l’emancipazione passa per vie più tortuose di quella della pura e semplice implementazione degli ideali dell’Illuminismo, che in sé e per sé hanno dimostrato di essere capaci di servire forme di oppressione non meno dure di quelle che un tempo contribuirono a rovesciare. Si obietterà che il mestiere di chi fa satira non è quello di lottare per l’emancipazione umana, e questo è vero: l’attività dei migliori tra i comici consiste nello scovare sempre nuovi idoli di cui potersi far beffa, mentre la maggior parte di essi, pur avendo bisogno di immaginarsi nel ruolo di spina nel fianco dell’ordine costituito per riuscire ad ottenere un’erezione, non fa altro che infierire su vecchi idoli morenti, neanche in modo particolarmente raffinato.

Ciò che preoccupa, infatti, non è la scarsa profondità sociologica della satira, bensì il fatto che chi per mestiere dovrebbe sì coltivare progetti di emancipazione, la sinistra politica, stia appiattendo la sua agenda sul garantire la possibilità di dire, disegnare e fare quello che cazzo si vuole in qualsiasi momento: il risvolto della “marcia repubblicana” di Parigi e delle tante altre manifestazioni che in tutta Europa hanno visto sfilare insieme maggioranze e opposizioni in nome della libertà di espressione, infatti, è rappresentato dai patti che destra e sinistra stanno stringendo ovunque per adottare legislazioni securitarie a presunta garanzia di tale libertà. Come ha scritto recentemente Leonardo Tondelli, forse il miglior blogger politico italiano, in un suo post,

 Ci diranno – lo stanno già dicendo: o sei con le vignette o sei coi terroristi. Poi: o sei con le misure che prenderemo per difendere le vignette, o sei coi terroristi. O ti fai leggere le mail, o sei coi terroristi. O accetti di vivere in un determinato Occidente blindato, in cui incidentalmente le disparità sociali si vanno accentuando, o sei coi terroristi (dall’altra parte del tavolo i terroristi annuiscono, sono perfettamente d’accordo). È inteso che, dovendo difenderti, questo Occidente blindato non ti garantirà il benessere che garantiva ai tuoi genitori (era un’offerta lancio, un dumping colossale). D’altro canto la guerra creerà qualche posto di lavoro, e nel tempo libero potrai consolarti con le vignette satiriche su Maometto o Kim Jong-un.

Una considerazione conclusiva.

Questo articolo è stato scritto dal punto di vista di una critica radicale dello “stato di cose presente”. Da ciò deriva l’inclemenza con cui è stata trattata la satira religiosa di Charlie Hebdo. In verità, questo punto di vista non è necessariamente condivisibile, e anzi io stesso non lo condivido del tutto: la cultura integralmente laica di quello che con Pasolini abbiamo chiamato neocapitalismo, le cui potenzialità espressive il poeta intravide nello slogan dei Jeans Jesus, ha dato, da Wharol a Steve Jobs, frutti tutt’altro che trascurabili. Per fare un solo esempio, in seno ad essa è nata praticamente tutta la musica pop, e ai suoi margini sono cresciute perle come i Griffin e South Park, vette artistiche del politicamente scorretto elevato a sistema. L’alleanza tra il libertarismo degli anni Sessanta e le capacità produttive senza precedenti del capitalismo ci hanno dato possibilità di consumo, di movimento, di divertimento di cui nessun’altra generazione aveva mai goduto. La poesia dello stay hungry stay foolish potrà non sembrare il massimo a chi viene dai ruderi dalle chiese e dalle pale d’altare, ma è praticamente tutto ciò che abbiamo, ciò in cui siamo vissuti negli ultimi cinquant’anni.

La questione è capire in quanti, oltre ai redattori di Charlie Hebdo che l’hanno dimostrato col sangue, abbiano voglia di difendere questa cultura nel momento in cui essa, pur così giovane, inizia a mostrare cedimenti, con l’esasperarsi delle disuguaglianze, del deterioramento della natura, del senso di vuoto esistenziale del senso di insicurezza; la questione è capire se avremo la creatività e il coraggio necessari per provare a rimuovere questi mali senza gettare via le libertà ereditate dall’Illuminismo, o se prima di allora non avremo preferito liberarci della zavorra della libertà, come pronosticato dall’uomo del momento:

Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione.

Questa volontà di sottomissione potrebbe ben riportare in auge le religioni in Occidente. Ma è importante comprendere che se ci sarà un ritorno in scena dell’oscurantismo religioso, si tratterà di un fenomeno completamente nuovo e non di un ultimo scampolo di medioevo: non prenderne atto rischia di farci scoprire troppo tardi che le nostre vecchie armi della dissacrazione volteriana, contro i nuovi mostri, potrebbero essere armi spuntate.

Pasquale Terracciano e i privilegi degli ambasciatori.

Con un articolo su Lavoce.info, Roberto Perotti ha recentemente sollevato il tema delle eccessive retribuzioni degli ambasciatori italiani. La nostra libera stampa, sempre solerte nell’individuare nuove categorie di pubblici dipendenti a cui attribuire la responsabilità di tutti i mali del Paese, ha alzato nelle ultime settimane un tale polverone sulla Casta dei Diplomatici che qualche giorno fa il Ministro degli Esteri Mogherini si è impegnata a intervenire drasticamente sui costi della diplomazia (più a parole che altro, stando al Fatto Quotidiano).

Ad ogni modo, le analisi del professor Perotti hanno suscitato la levata di scudi dell’ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano, che ha negato di appartenere a una categoria privilegiata e ha denunciato la gogna mediatica lanciata da Lavoce.info.

Il caso ha voluto che il canale televisivo spagnolo La Sexta proprio oggi abbia trasmesso la replica di un episodio del 2012 di ¿Quién vive ahí?, uno di quei programmi in cui il presentatore mostra le case dei ricchi per fomentare l’invidia sociale dei poveri. In questa puntata, il cui video sono riuscito a recuperare, si fa visita all’ambasciata italiana a Madrid. All’epoca l’ambasciatore era proprio il nostro amico Pasquale (“Pascuale”, secondo La Sexta) Terracciano:

 

Il video è da vedere. Sulle note di Battiato e di Al Bano veniamo guidati attraverso i 2.000 mq dell’ala privata dello splendido edificio (“dove si parla italiano… e si vive di lusso!”) e, mentre una scritta in sovrimpressione ci dice che 5 camerieri lavorano alle dipendenze dell’ambasciatore, la moglie di Terracciano ci regala la seguente perla:

La gestione della casa è più complicata di quella di una casa più piccola, perché se non c’è il cameriere vicino, per chiamarlo devi prendere il telefono, e magari nemmeno il telefono è a portata di mano, e poi per andare in cucina devi fare cento metri… è complicato.

L’ambasciatore poi ci parla con orgoglio della sua Maserati di servizio, la signora ci fa sapere che “ci si abitua troppo in fretta a vivere in una casa così”, e ci si saluta fino alla prossima puntata.

Ora, nessuno ha niente da ridire sul fatto che le ambasciate italiane abbiano sede in prestigiosi edifici storici (il palazzo madrileno in questione è descritto in un imbarazzante italiano sul sito del Ministero degli Esteri). Ci lascia invece perplessi che questi palazzi siano riservati quasi integralmente alla residenza privata dell’ambasciatore e della sua famiglia. Tanto più che, come minimo da una cinquantina d’anni, la funzione dell’ambasciatore italiano in Spagna non è esattamente quella di proiettare la potenza del nostro Stato: ci si aspetterebbe piuttosto, che so, che i nostri due Paesi cooperassero nel trovare vie di uscita a una crisi che ci vede accomunati dalla posizione mediterranea. Un obiettivo che non si persegue nel migliore dei modi lamentandosi della difficoltà di gestire la servitù in una trasmissione tv dedicata alle case dei ricchi: devi rappresentare lo Stato Italiano, Terracciano, non impressionare il Conte Duca di Olivares, per Dio.

O almeno, se ormai la frittata è fatta, si potrebbe avere il buon giusto di non attirare l’attenzione su di sé atteggiandosi a vittima incolpevole della gogna mediatica.

Promuovimi questo.

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Così i giornali di oggi.

Ora, ai titoli tipo “L’Europa promuove” o “Bruxelles boccia” ci eravamo abituati, e potevamo anche farceli star bene in nome dell’europeismo.

Invece non è chiaro quando il Cancelliere della Repubblica Federale di Germania abbia acquisito la facoltà di promuovere o bocciare la politica interna della Repubblica Italiana.

Beninteso, se si ritiene che i rapporti di forza in Europa costringano l’Italia a chiedere proprio a Berlino, e non più a un organismo sovrannazionale cui si è volontariamente ceduta parte della propria sovranità, l’approvazione delle proprie politiche, è senz’altro giusto dirlo: così gli italiani possono riflettere sulla propria condizione semi-coloniale e orientare il proprio voto in base a quanto la trovino soddisfacente. È ad esempio apprezzabile il fatto che Mario Monti non abbia mai nascosto di ritenere positiva la “germanizzazione” dei paesi mediterranei: un’opinione, questa, legittimamente condivisa da quel 10% di elettori che l’ha votato nel 2013.

Ciò che è davvero insopportabile è il pellegrinaggio a Berlino di chi, come il successore di Monti, andava vantandosi delle sue balls of steel o di chi, come il successore del successore di Monti, non perde occasione di pubblicizzare la sua indipendenza dai tecnocrati e il suo rifiuto a farsi assegnare compiti a casa da chicchessia.

Perché altrimenti poi siamo costretti a sorbirci la storia che dalla Merkel ci siamo andati solo per fare due chiacchiere in amicizia, e i compiti a casa li facciamo perché sono gli italiani che ci chiedono di farli. Mentre a me ingenuamente sembrava che, votando al 90% per partiti dichiaratamente antieuropeisti o con radicali progetti di riforma dell’Unione, gli italiani avessero mandato un messaggio abbastanza chiaro su quanto si stessero divertendo a fare i compiti a casa.

Se non si ha la forza, la volontà o il coraggio di portare avanti una politica autonoma, perlomeno si taccia. Perché non esiste al mondo figura più patetica di quella di chi si atteggia a bullo ma si cala si cala le braghe davanti a chi è più bullo di lui. E poi racconta di essersele calate spontaneamente perché voleva far prendere aria alle palle. D’acciaio, of course.

nelson

La Classifica del Fare.

Invest in Italy

Una slide di Renzi e un’inserzione sull’Economist che pubblicizza la Macedonia come quarto miglior riformatore secondo la classifica Doing Business.

A una settimana dal Consiglio dei Ministri del 12 marzo, quando Renzi ha tenuto una conferenza stampa accompagnata dalla proiezione delle ormai celebri slides, si può dire che la strategia del pesce rosso messa in atto dal premier ha perfettamente funzionato: gli opinionisti ancora si scannano sull’opportunità di utilizzare immagini simili a pubblicità di un supermercato per comunicare un programma di governo. Così, quando il mese prossimo la Pubblica Amministrazione italiana sarà identica a com’è adesso, e in futuro i governi continueranno a durare meno di cinque anni, nessuno si ricorderà che le slides di Renzi promettevano la riforma della PA per il mese di aprile e governi di cinque anni grazie alla nuova legge elettorale: ma tutti quanti ci ricorderemo del pesce rosso.

Com’è evidente dal video della conferenza stampa, Renzi stesso non ha saputo nascondere compiacimento e un po’ di sorpresa per la facilità con cui i giornalisti hanno abboccato.

Eppure c’è nella presentazione una diapositiva di cui vale la pena parlare: la quinta slide, il cui titolo, “La classifica del fare”, potrebbe far pensare a una graduatoria su chi si è scopato più ministre tra Renzi, Lupi e Alfano, riassume con grande efficacia la filosofia del Presidente del Consiglio.

Il “Fare”, un imperativo privo di ulteriori qualifiche che è un asse portante del renzismo, è qui identificato con lo scalare posizioni nella classifica “Doing business” pubblicata annualmente dalla Banca Mondiale (qui il rapporto completo). L’obiettivo è passare dall’attuale sessantacinquesimo posto al quindicesimo entro il 2018.

Renzi dev’essere affezionato a questa classifica, perché l’aveva già citata nel discorso della fiducia al Senato, quando aveva erroneamente affermato che l’Italia vi figurava al centoventiseiesimo posto (svista sfuggita agli implacabili fact-checkers del giornalismo italiano: alla posizione 126 nel 2014 c’è l’Argentina).

Ecco che si capisce perché, nel pensiero renziano, sia inutile specificare gli attributi del “Fare”: l’azione del governo è qui intesa come adeguamento rapido ed efficiente a parametri determinati fuori dall’agone politico, parametri la cui bontà è data per scontata e la cui implementazione non può che avere ricadute positive. “Vi mostreremo nei prossimi giorni tutte le classifiche su cui immaginiamo di recuperare delle posizioni”, dice Renzi: le classifiche sono neutre, e la buona politica non può che consistere nello scalarle.

Ora, le classifiche non sono per nulla neutre, e tanto meno lo sono gli organismi che le stilano: soprattutto quando si parla di competitività o di libertà economica la scelta di valutare positivamente determinate misure di politica economica e negativamente altre sottende precisi orientamenti politici. Ad esempio, solo recentemente, e in seguito alle proteste dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la Banca Mondiale ha espunto la flessibilità del lavoro dai parametri che contribuiscono a formare il Doing Business Index: così, nella pagina dedicata alle riforme realizzate in Italia dotate di un impatto sui parametri misurati dall’Indice, ci si limita ormai a registrare la legalizzazione del 2010 dei contratti di lavoro a termine per posizioni permanenti, senza più darle la connotazione esplicitamente positiva che aveva fatto indignare i sindacati. E mentre altre classifiche, come l’Index of Economic Freedom elaborato dal think tank di destra The Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, continuano fieramente a premiare gli stati che sottraggono diritti ai lavoratori, la Banca Mondiale si limita a valutare parametri apparentemente meno conflittuali, come la difesa del diritto di proprietà o la facilità nell’ottenere un permesso di costruzione, ma che meriterebbero di essere esaminati nel dettaglio prima di farne un programma di governo, soprattutto da chi come Renzi si scaglia spesso e volentieri contro i “tecnocrati di Bruxelles”.

L’idea di basare il proprio operato politico sui criteri stabiliti da una prestigiosa classifica internazionale dev’essere sembrata al premier una maniera per sprovincializzare il dibattito politico italiano. Invece si tratta un’idea tipica dei governi del terzo mondo che, dovendo rassicurare gli investitori sul fatto che nel proprio paese vige lo stato di diritto, non perdono occasione di proclamare la propria capacità e volontà di adeguamento agli standard stabiliti dalla tecnocrazia liberista sovranazionale. L’inserzione pubblicata dal governo Macedone sull’Economist nel 2008 ne è un perfetto esempio.

Fuori i poveri dal PD.

Stefano Bonaccini, segretario regionale del Partito Democratico dell’Emilia Romagna e membro della segreteria nazionale di Matteo Renzi, ha proposto di revocare il diritto di voto per gli extracomunitari alle primarie del centrosinistra, in seguito alle numerose irregolarità verificatesi nelle ultime settimane. In sintonia con ciò che l’antica saggezza insegna a proposito dei clienti delle prostitute – ci vanno perché provocati, e in fondo alla prostituta piace il mestiere – il segretario propone di risolvere il problema del voto di scambio escludendo dal corpo elettorale chi vende il voto. Il testo che segue è opera di finzione letteraria ispirata all’illuminata proposta di Bonaccini.

Severely materially deprived people

Percentuale di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale. Elaborazione su dati Eurostat.

 

«Sapevamo che vi annidavate al sud, ma laggiù le alleanze con i “ricottari” ci hanno sempre permesso di tenervi a bada.

Ora state spuntando in Emilia Romagna, sotto forma di africani, albanesi, pakistani, e già ci sono segni di contagio tra gli italiani. Proprio in Emilia Romagna, dove decenni di lavoro del Partito Comunista avevano praticamente sradicato l’epidemia! Ma voi, i poveri, siete come l’erbaccia, che ricresce quando pensavi di averla estirpata una volta per tutte.

Vi avevamo ammesso alle nostre primarie per dare un tocco di colore, ma voi avete abusato della nostra liberalità: se avessimo pensato che sareste diventati così tanti, non vi avremmo aperto le porte di una competizione elettorale in cui il basso numero di votanti rende altissima l’utilità marginale del singolo voto.

Siete voi che ve ne dovete andare: noi le primarie non le possiamo abolire. La politica del terzo millennio deve correre, non possiamo ricominciare con quei tavoli politici novecenteschi, lentissimi, noiosissimi, giorni persi a mediare qui e a smussare lì, viene sonno solo a pensarci… no! Primarie sempre, dappertutto. Anche dove abbiamo settecento votanti, noi mettiamo a correre tutti. Voglio candidarsi in due? In tre? In quattro? Quattro candidati, tutti del PD, tutti a correre, e male che vada vince chi ha più parenti. Noi intanto non perdiamo tempo a decidere.

Però lo capite che se vi mettete in mezzo voi ci fate fare solo figure di merda? Vi rendete conto che nel 2014 la gente scrive su Facebook, ci sputtana? Ma poi che razza di modi, vi mettete a insistere per la ricevuta, vi fate dare i soldi davanti ai seggi a Modena, a Reggio Emilia, nei nostri feudi! Dove pensavate di stare, a Bari o a Palermo? Ci avete messo con le spalle al muro: alle nostre primarie non possiamo più farvi votare. Perché, siamo realistici, l’occasione fa l’uomo ladro, e voi date via il voto per un pezzo di pane: per forza che a qualcuno dei nostri viene l’acquolina in bocca, e cade in tentazione. Non possiamo mica metterci a controllarli uno per uno, i candidati, ché solo in provincia di Bologna, il 23 febbraio, ne avevamo 34 per 14 comuni… e ormai è così tutte le settimane!

Le primarie, belli miei, servono a raccogliere il voto di opinione, non il vostro. Che opinione volete avere, voi, che passate le giornate a vendere accendini e la sera vi andate a stipare a decine in quelle case che sembrano gabbie di scimmie?

Non la prendete sul personale: noi saremmo contenti di aiutarvi a farvela, un’opinione, di invitarvi nei nostri circoli a socializzare, a organizzarvi. Però non si può più, la politica corre, ve l’ho detto, i circoli costano e soldi pubblici non sta bene prenderne, la vostra partecipazione non ci serve neanche più, a noi bastano pochi soci influenti che abbiano tanto da sborsare. Sì, lo so che l’anno scorso pensavo l’esatto contrario, ma ho cambiato idea, oggi il mondo va così, fatevene una ragione.

E state lontani dalle nostre primarie».