In morte di Marco Pannella.

di loredago

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Foto di Paolo Piscolla via Flickr (Creative Commons).

Era il giugno 2009, il giorno prima delle elezioni europee. Nel tabaccaio sotto casa mia, a Bari, un signore altissimo chiedeva 4 pacchetti di Marlboro rosse e due scatole di sigari. Quando Marco Pannella si girò verso di me ed ex abrupto mi chiese il voto, con la voce rotta dal fumo, non seppi dirgli di no. A quel giro Vendola chiedeva un voto che gli permettesse di lanciarsi sulla scena nazionale, il Pd aveva imbarcato di tutto nelle sue liste per la circoscrizione meridionale. I Radicali si presentavano con una piattaforma specifica per il Parlamento Europeo e con candidati che sembravano capaci di metterla in atto: li votai per la prima e (credo) ultima volta.

L’ironia del nostro solo partito liberale è che non è mai stato riconosciuto come tale dai sedicenti liberali italiani. Al contrario moltissime persone di sinistra hanno il loro aneddoto su quella volta che hanno votato i Radicali, magari senza condividerne il pensiero: quasi sempre si tratta, più che di un voto a favore di qualcosa, di uno sfogo contro il perbenismo ostentato e ipocrita degli altri partiti.

Lord Norwich disse del premier britannico Neville Chamberlain:

“Mi sembra che il primo ministro abbia commesso due errori principali. Egli crede che l’opinione pubblica sia ciò che gli racconta il ‘Times’ – e crede che l’opinione dei conservatori sia quella che gli dice il capogruppo parlamentare”

Così i capipartito italiani, per prendere il polso al paese, hanno sempre preferito ascoltare il Corriere della Sera o il segretario della CEI piuttosto che guardare direttamente alla società italiana.

Non così Pannella: per questo, come notò Pasolini in occasione del referendum sul divorzio, egli comprendeva il paese meglio di qualunque altro partito, Comunista incluso. Ciò che Pannella vide nella società italiana può non piacere: un Paese consumista e gaudente, pronto a mettere da parte la patina moralista di cui ama rivestirsi ogni volta che questa si frappone alla soddisfazione del suo edonismo. A differenza del “candido” Pannella, Pasolini capì come la liberazione dai vincoli della famiglia, della maternità, del proibizionismo, giocasse a servizio non dell’emancipazione ma del nuovo potere capitalista.

Non so se il sostegno dei Radicali per il capitalismo liberale fosse dettato dalla convinzione che questo sia il solo sistema capace di garantire la pienezza dei diritti individuali; oggi però è chiaro che il capitalismo ha fagocitato la battaglia per questi diritti, piegandola ai suoi fini e trasformandola in una caricatura. E non è un caso che l’unica battaglia radicale su cui non si sono fatti passi avanti sia l’unica da cui il capitale non ha niente da guadagnare: quella per i diritti dei carcerati.

Il Ministro dell’Istruzione ha detto di recente:

“Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti. La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno. Le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione”

Che Stefania Giannini, una sedicente cattolica, faccia una dichiarazione del genere, appare allo stesso tempo come il trionfo e il fallimento di Marco Pannella e delle sue lotte.

Alla base di questo fallimento, un errore di prospettiva: l’idea che l’emancipazione sia un prodotto automatico della conquista dei “diritti”, e che per raggiungerla non serva un progetto politico-culturale di più ampia portata. Donde i continui cambi di schieramento, l’abuso dei referendum abrogativi, il concepire come un ingombro il proprio stesso partito.

Marco Pannella forse non ha tutti i meriti che normalmente gli si ascrivono, ed è probabilmente all’origine di alcuni dei nostri mali, come la personalizzazione della politica e la stessa logica antipolitica culminata nel Movimento 5 Stelle. La lezione di Pannella per la sinistra è che le singole battaglie per i diritti individuali, o l’idea che mettere il cappello su un referendum possa fare da volano elettorale o addirittura costruire maggioranze politiche, in ultimo non portano a niente, salvo che a un vago senso di autocompiacimento. La vera sfida è mettere le libertà conquistate con l’aiuto dei Radicali al servizio di un progetto di emancipazione collettiva.

Ma il candore con cui Marco Pannella si è battuto per le sue idee; il sacrificio del proprio corpo per servire le cause più impopolari; l’impressione che perfino le sue buffonate televisive fossero sinceramente finalizzate alla promozione di un’idea giusta piuttosto che al soddisfacimento del proprio ego, come uno Sgarbi o un Cecchi Paone qualsiasi; il fatto che per qualche ragione, e a volte anche a dispetto dell’evidenza, i suoi occhi azzurri non abbiano mai tradito malafede o malizia: tutto ciò mi ha sempre reso simpatico Marco Pannella, e oggi me ne fa piangere la morte.

Ciao Marco, decomponiti in pace: stasera accenderò una canna in tuo onore.

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