Che fine ha fatto Occupy Pd?

di loredago

La base si è arresa.

La base si è arresa.

Quando il 31 gennaio mi sono rallegrato, come chiunque tranne Salvini, per l’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, per un momento mi è risultata incomprensibile l’indignazione che il 17 aprile 2013 provai per la candidatura al Quirinale, da parte di Bersani, di un personaggio con un profilo politico pressoché identico: Franco Marini.

Lo spiacevole sentimento di contraddizione con me stesso è stato subito dissolto dalla constatazione che un anno e mezzo fa la posta in gioco dell’elezione del PdR era la scelta tra le larghe intese di durata indefinita e un governo di scopo e di sinistra che ci riportasse alle urne dopo aver attuato un paio di provvedimenti urgenti, mentre oggi, essendosi ormai consolidata la prima opzione, il peso politico del Quirinale non deborda più in modo così eclatante dal dettato costituzionale. Il che per inciso mi sembra un bene.

Ad ogni modo, questa linea di pensieri mi ha indotto a riflettere su cosa passasse per la testa, all’epoca, di quelli che come me fondarono e animarono il movimento Occupy Pd, ma soprattutto sul perché tutto quel clamore (io soltanto, che certo non ero l’uomo immagine della protesta, fui invitato a cinque trasmissioni televisive in poche settimane) sia scomparso nel nulla cosmico. Un nulla di cui il grafico delle ricerche su Google del lemma “Occupy Pd” fornisce un’efficace rappresentazione:

Google Trends Occupy PD

Ora, che Occupy Pd fosse un movimento piuttosto effimero e molto pompato dai media non è mai stato un mistero, credo, neanche per i suoi più convinti membri. Ciononostante esso ha rappresentato l’istanza di cambiamento più violenta a cui il Partito Democratico sia stato sottoposto dai tempi in cui si chiamava Pds, o almeno io non ricordo precedenti tentativi di occupazione dell’Assemblea Nazionale del partito da parte di centinaia di suoi militanti.

Se si pensa che l’episodio dei 101 è quasi una marachella in confronto a ciò che il Pd ha fatto in seguito (siluramento di Letta con reintegro di Berlusconi in maggioranza grazie al patto del Nazareno, Jobs Act, Italicum, riforme costituzionali a botte di fiducia, riforma del regime dei minimi, delega fiscale, Ichino che comprensibilmente torna nel Pd in conseguenza di tutto ciò, ecc.), non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno si chiedesse perché Occupy Pd si sia smaterializzato. E infatti qualcuno se lo chiede, come ho scoperto riaprendo la pagina Facebook di Occupy Pd, il cui ultimo post ufficiale risale al novembre 2013 e le cui notifiche ignoravo da mesi:

Occupy Pd commenti

Provo a formulare la mia risposta a questa domanda, se non altro per dare un po’ di soddisfazione a chi imperterrito continua a rivolgerla a una pagina Facebook morta e defunta, della quale oltretutto sono amministratore.

Dunque, cari Antonio, Luigino, Emanuele, Francesco e innumerevoli altri, dovete sapere che i militanti di Occupy Pd erano essenzialmente di due tipi: i giovanilisti, quelli che volevano resettare la dirigenza perché “con queste facce vecchie che vengono dal PCI non vinceremo mai”, e quelli di sinistra, che a Bersani e al suo gruppo dirigente rimproveravano non il sigaro e i proverbi emiliani ma la linea centrista ritenuta fallimentare. Quelli di sinistra erano anche animati dalla forte convinzione che la “base” del Partito Democratico a) esistesse, b) se consultata, avrebbe dato loro ragione.

Ora, voi che nel 2015 sentite il dovere di spendere un minuto del vostro tempo a chiedere perché Occupy Pd sia morto (Emanuele, tu l’hai fatto il giorno della vigilia di Natale, forse dovresti rivedere le tue priorità), o siete troll grillini, o siete tra quelli di sinistra.

Infatti i giovanilisti  hanno visto realizzati i loro desideri con la vittoria schiacciante di Renzi al congresso, e a quel punto si sono coerentemente chiamati fuori da ulteriori proteste. Questo benché la forma di rinnovamento attuata da Renzi, consistente in buona parte nel portare avanti le seconde linee della dirigenza del Pd fino a quel momento restate nell’ombra del precedente Apparato, contraddicesse chiaramente uno dei punti del post programmatico pubblicato a maggio 2013 sul blog ufficiale di Occupy Pd:

OccupyPd […] vuole dare voce a chi nel Partito non l’ha avuta fin ora, e non vuole essere assolutamente vettore di riposizionamento per chi sta cercando una collocazione nuova dopo la rovina dei propri precedenti capi.

Questo grassetto, inserito dal sottoscritto nel post originale, era motivato dalla sensazione che l’exploit di una protesta così vigorosa in coincidenza del crollo della segreteria Bersani potesse in parte spiegarsi con l’attrattiva di una rapida scalata sulle macerie della vecchia dirigenza. Al netto degli inevitabili opportunismi (non sono tra quelli che condannano l’ambizione, se condizionata al raggiungimento di obiettivi politici e non solo personali), e nonostante la consapevolezza che i repentini cambiamenti di linea, l’entrismo e le scalate al potere istantanee appartengono alla mitologia politica, mi sembrava comunque meraviglioso che si fosse aperta una finestra temporale in cui sarebbe stato possibile spostare significativamente a sinistra la barra di un partito in precedenza impermeabile come il Pd.

L’aprirsi di questa finestra sotto gli occhi di tutti spiega le reazioni isteriche che ebbe l’establishment dei Giovani Democratici di fronte alla nascita di Occupy Pd: l’ingenuità degli animatori del movimento fu forse quella di non vedere in questo tipo di reazioni un indizio di quanto in fretta la finestra si sarebbe chiusa.

La responsabilità, qui, è tutta di quel “centro” del Pd riagglomeratosi in fretta dietro la candidatura di Cuperlo, che, in nome della salvezza del Partito contro l’invasione dei barbari, si mise immediatamente all’opera per normalizzare una situazione che normale non era. Ad oggi continuo a non capire bene cosa costoro sperassero di ottenere blindando il partito con la scelta di Epifani come reggente e con la messa al bando di qualsiasi dibattito sull’opportunità di sostenere il governo Letta-Alfano, visto che l’unico risultato delle loro azioni è stato quello di consegnare un partito blindato nelle mani di Renzi.

Da parte sua Renzi, nella veste di segretario, non ha fatto che esasperare le tendenze già in atto sotto la guida di Bersani: continuo drenaggio di iscritti, incomunicabilità tra i circoli e la dirigenza, riduzione di Assemblea e Direzione Nazionale a organi di ratifica di decisioni prese nel salotto del leader, imposizione della disciplina ferrea al gruppo parlamentare. Siccome però il Pd era già un partito in cattiva salute, sotto i colpi del renzismo probabilmente è morto. Non parlo del marchio Pd/Renzi, quello che ha sfondato il 40% alle europee e che potrebbe avere – anche se non ci giurerei – lunghissima vita; parlo del partito Pd, quello che ha perso l’80% degli iscritti in un anno e in cui la dissidenza è trattata con modi da Movimento 5 Stelle.

E ciò ci riporta al tema di dove sia finita l’ala sinistra di Occupy Pd. Non è un mistero per nessuno che prima del congresso questa fosse confluita quasi interamente nella mozione Civati, riuscendo tramite essa a esprimere qualche rappresentante in Assemblea Nazionale e, in seguito, addirittura un parlamentare europeo. Il problema è che quest’area basava il proprio operato, come ho detto, sulla convinzione che la base del Pd ci fosse e fosse di sinistra. L’incoronazione di Renzi a dominus et deus in seguito a primarie piuttosto partecipate e il successivo smantellamento del Partito hanno confutato entrambi i punti.

Credo che buona parte dei militanti di Occupy Pd ne abbia preso atto e ormai guardi a ciò che si muove alla sinistra del Pd: se non si sente più la loro voce, è semplicemente perché al Partito Democratico non hanno più niente da dire.

Quelli che, anche grazie a Occupy Pd, hanno raggiunto posizioni di responsabilità, invece, continuano a dire e pensare, dalle posizioni che occupano nel partito o nelle istituzioni, le cose di sinistra che hanno sempre detto e pensato. Io di per mio non ho niente da rimproverare loro: sono tutte persone rimaste fedeli al loro mandato e perseguono fini che sono anche i miei. Il problema è che la politica consiste nel realizzare un fine per mezzo di una strategia, e la strategia di chi voleva portare il Pd a sinistra per attuare politiche di sinistra nel Paese, semplicemente, è naufragata. Il Pd è un partito in cui il processo di eterogenesi dei fini è ormai giunto a termine finanche in ciò che resta della “base”. Nessuno dei suoi dirigenti tenta più di venderne le politiche e le alleanze come sgradevoli necessità dettate dalle circostanze. Se ancora Letta fingeva che i suoi provvedimenti più antipopolari fossero il boccone amaro imposto dall’alleanza con la destra, Renzi rivendica con orgoglio la paternità di leggi anche peggiori. Chi si chiede perché Occupy Pd non esiste più, pensi che l’immagine che darebbe Occupy Pd, oggi, sarebbe quella di una mosca che si ostina a schiantarsi contro una “finestra del cambiamento” che nel Partito Democratico non è mai stata così chiusa. Suppergiù la stessa immagine che dà Bersani quando invoca il “metodo Quirinale” anche per le riforme e Delrio gli scorreggia in faccia trenta secondi dopo. Una cosa che fa male al cuore.

Tolti i Giovani Turchi, i simulatori di opposizione interna che non hanno altro scopo se non quello di permettere a Renzi di presentarsi al pubblico come Grande Mediatore o Asfaltatore a seconda di cosa gli convenga, quelli che continuano a fare realmente opposizione interna nel Pd sono spinti, mi sembra, dalla convinzione che a sinistra del Pd ci sia un ineludibile destino di morte e distruzione. Questo cliché è il tipico caso di profezia che si auto-avvera, perché dissuade dal dedicarsi a progetti di costruzione della sinistra moltissime persone capaci e potenziali leader che, però, hanno comprensibilmente a cuore anche la propria sopravvivenza politica: le esitazioni di persone del genere lasciano campo libero ad avventurieri, riciclati, professori ottuagenari che si costituiscono in improbabili collegi di garanti, e insomma a tutti quelli che con i loro periodici, grotteschi insuccessi rafforzano la tesi che a sinistra del Pd non si muova nulla. Eppure basterebbe guardare poco oltre le coltri del renzismo per rendersi conto che l’idea secondo cui un progetto serio di cambiamento della società debba necessariamente gravitare intorno ai partiti del socialismo europeo non è più supportata dai fatti: con i partiti ridotti a marchi e la crescente irrilevanza delle strutture del Pd, la strategia “cambiare il Partito per cambiare l’Italia” rivela semplicemente una fissazione psicologica in chi la propugna.

L’attuale inesistenza di Occupy Pd, in fondo, ha il merito di non fomentare ulteriormente questa strategia sclerotizzata.

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