Una replica di Vittorio Parisi a “La satira è un’arma spuntata”.

di loredago

Nel mio ultimo post ho preso come spunto polemico la recensione scritta da Vittorio Parisi, per Valigia Blu, dell’ultimo numero di Charlie Hebdo.

Vittorio ha scritto un’interessante contro-replica che condivido con i lettori de La Reazione:

Il bell’intervento che l’amico Lorenzo D’Agostino ha scritto sul suo blog La Reazione chiama direttamente in causa una mia recensione dell’ultimo numero di Charlie Hebdo – recentemente apparsa su Valigia Blu  opponendo una critica assai ben argomentata e originale alla mia tesi secondo cui la political correctness andrebbe interpretata come dispositivo foucauldiano, cioè come strumento di autoconservazione del potere.

Lorenzo spazia su questioni da me trascurate, avendo io piuttosto esplorato l’uso che il potere fa delle immagini e le reazioni metastoriche a queste ultime (su tutte l’iconoclastia). Alla luce delle critiche che vengono mosse alla mia lettura della political correctness, la mia posizione rischia forse di apparire quella, invero poco lunsinghiera, di un manicheo o di un volterriano. Colgo dunque l’occasione per difenderla e per fugare alcuni equivoci, sicuramente dovuti all’eccessiva rapidità di certe mie affermazioni.

C’è, innanzi tutto, un equivoco di fondo, quando Lorenzo scrive che la tesi che egli difende sarebbe contraria alla mia: il fatto che il politicamente scorretto possa essere un’arma retorica in mano al potere (sua tesi) non esclude, a mio avviso, che quello stesso potere disponga della political correctness per conservarsi (mia tesi). Del resto, nel mio intervento non parlo mai esplicitamente di “politicamente scorretto”, né dei suoi presunti pro o contro. Mi limito, invece, ad analizzare gli “effetti collaterali” del suo opposto, o in altre parole: quei vantaggi che il potere trarrebbe, il più delle volte indirettamente e anzi proprio per mano di chi dovrebbe opporvi resistenza, dall’impiego della political correctness.

Vi sono poi equivoci più specifici. Nel mio intervento, dico che “tra puritani di ieri e puritani di oggi la differenza è minima”. Con ciò non è affatto mia intenzione affastellare sotto il novero (singolare, astratto e di comodo, non già platonico) di potere, o di capitale, il “ministro baffuto del XIX secolo, il censore democristiano di sessant’anni fa e l’odierno speculatore finanziario”, senza sottintendere necessarie quanto ovvie distinzioni.

E ancora, nello scrivere che “l’unica vera autorità religiosa costituita è il capitale”, non avevo calcolato il rischio che questa mia affermazione potesse essere interpretata come: “il capitale è ancor oggi schierato ideologicamente dalla parte della religione e pronto a difenderla in ogni momento”. In verità quella mia frase va intesa né più né meno che letteralmente: cioè, in sintonia con lo scritto corsaro di Pier Paolo Pasolini citato da Lorenzo (http://www.pasolini.net/madrid-saggi09.htm), sostengo che il capitale si sia sostituito esso stesso alla religione, e che l’unico culto veramente consentito sia quello del libero mercato e del consumo. Penso che questa considerazione possa addirittura funzionare da parafrasi agli slogan dei Jesus Jeans, nella finzione secondo cui, a pronunciare il comandamento e l’invito “Non avrai altro Dio all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua”, sarebbe il jeans, il consumo e, via via metonimicamente, il capitale.

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