La satira è un’arma spuntata: del perché l’accanirsi sul sacro non dà fastidio al potere.

di loredago

Valigia Blu ha pubblicato una recensione del primo numero di Charlie Hebdo uscito dopo la strage del 7 gennaio. L’autore dell’articolo, Vittorio Parisi, commenta così l’editoriale di Gérard Biard:

“Je suis Charlie vuol soprattutto dire sono la laicità” scrive Gérard Biard nel suo bellissimo editoriale. E “Sono la laicità” sembrava proprio il sottotitolo della straordinaria, impressionante partecipazione della Francia intera alla marcia repubblicana dell’11 gennaio. Un popolo ultimamente spaccato da tante questioni – il mariage pour tous, i problemi di integrazione – che si ritrova unito e indissolubile nel difendere la libertà di pensiero, di parola e di satira dal fascismo e dall’intolleranza (quella vera, che nulla ha a che vedere con la satira, come nel caso di Dieudonné): il droit de réponse unica, straordinaria arma di contestazione in un paese dove, beati loro, il culto della political correctness non ha mai davvero attecchito.

Il “politicamente corretto” è il bersaglio principale della recensione di Parisi, che in esso individua addirittura un “dispositivo” foucaultiano di rafforzamento del potere:

L’unica vera autorità religiosa costituita è il capitalismo, e il dispositivo linguistico da esso impiegato per la propria conservazione è la political correctness.

È questa una formulazione elegante e sofisticata di un’idea condivisa più o meno coscientemente da tutti coloro che negli ultimi giorni hanno affermato in buona fede (non parliamo quindi di Pigi Battista, di Daniela Santanchè né dei simili loro) di essere Charlie: poiché il potere (cattivo per definizione) si nasconde dietro cortine ideologiche, e la satira si occupa precisamente di aprire squarci in queste cortine per mezzo della dissacrazione, alla satira non devono essere posti limiti: il limite più subdolo e forse più potente è il politicamente corretto.

Ora, il problema di queste prese di posizione è che i concetti di cui si servono dandone per scontato il contenuto sono tutt’altro che scontati: in particolare la parola potere, dalla cui definizione discendono a catena quella di satira come suo smascheramento e di politicamente corretto come suo dispositivo di conservazione, sembra riferirsi nell’utilizzo comune a una realtà rimasta immutata dal secolo XIX. A dar retta ai Charlie Hebdo della rete, il baffuto ministro che ordinava di cannoneggiare le folle affamate di fine Ottocento, il grigio censore democristiano che disponeva i falò dei film di Bertolucci e il manager cocainomane di un hedge fund londinese sarebbero praticamente lo stesso personaggio, con identici interessi, identici tabù culturali, e un cardinale e un generale al proprio fianco a puntellarne il potere. Disgraziatamente, l’immagine che in Italia il potere dà di sé nella seconda decade del terzo millennio non aiuta a difendere la tesi che le cose siano un po’ più complesse di così.

Renzi o le 120 Giornate di Sodoma.

Renzi o le 120 Giornate di Sodoma.

Eppure le cose sono più complesse di così. Per provare a capire cosa realmente sia nell’interesse del potere – ammesso che se ne possa parlare al singolare, come fosse un’idea platonica – converrà analizzare da vicino, adottando un approccio bottom up, il suo presunto dispositivo di difesa, il politically correct. Ora, prendendo in esame internet, il principale medium di intrattenimento della quasi totalità degli occidentali con meno di trent’anni (alzi la mano chi ha mai comprato una rivista di vignette satiriche in edicola, o anche solo un film porno in pay-per-view), viene da dubitare della stessa esistenza di un simile dispositivo. Anche limitandosi alle sole pagine web mainstream (Facebook, 9gag, Pinterest…), non c’è un singolo tabù concepibile dalla mente umana che non sia sistematicamente infranto: la blasfemia è tanto diffusa che quasi non merita di essere menzionata, ma c’è l’imbarazzo della scelta anche per chi trova divertente l’antisemitismo, la pedofilia, qualsiasi altro tipo di depravazione sessuale, per menzionare solo i più innocenti tra i contenuti disponibili online.

Ora, è senz’altro vero che contenitori più “istituzionali” – televisioni, musei, giornali – si sforzano di preservare la sacralità di ciò a cui siamo soliti attribuire valore, come l’infanzia, l’olocausto o il benessere dei gattini. Non mi sembra, però, che si possa dire lo stesso della religione. Di nuovo, la particolare situazione del Paese che ospita il Vaticano può indurre in inganno; eppure, anche in Italia la censura in materia religiosa interviene più a difesa di singoli individui dotati di un potere politico che del sacro religioso in quanto tale. Insomma è più facile che un censore si mobiliti a difesa di un papa che dello spirito santo.

Il punto è che al capitalismo della religione non frega più nulla almeno dal secondo dopoguerra. Un fatto che a Pasolini era perfettamente chiaro già nel 1973, quando l’Italia veniva tappezzata, malgrado le proteste dell’Osservatore Romano, di questi manifesti pubblicitari:

jesusjeans

Nel suo articolo “Il folle slogan dei Jeans Jesus”, poi raccolto negli Scritti Corsari, Pasolini scriveva:

Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell’apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.

Per Pasolini la religione stava ormai deperendo “come autorità e forma di potere”, mentre sopravviveva “in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile”. Credo che quest’analisi sia non solo tutt’oggi valida, ma che ci dia una chiave di lettura per interpretare in termini di prodotto di consumo ciò che resta della censura religiosa.

Le espulsioni per blasfemia dei concorrenti del Grande Fratello sono il miglior esempio di ciò che sto cercando di dimostrare. Il primo episodio risale alla quinta edizione del programma, nel 2004, in cui un tale Guido, la cui balbuzie rende tutto più divertente, si abbandona in diretta a un torrente di porcoddio. Poche cose al mondo dimostrano l’inequivocabile morte di Dio come il video dell’espulsione di Guido dalla Casa:

Da allora l’espulsione per bestemmia si è trasformata praticamente in un format dentro il format, ripetendosi in molte delle successive edizioni con annesse denunce di Moige e Codacons, facce contrite di Barbara d’Urso che rampogna mezza nuda in studio sul rispetto della morale, disperazione e pianti dei concorrenti, inutile ma sincero pentimento del blasfemo punito.

***

Il fatto che il capitalismo tragga ormai vantaggio dal tabù religioso soltanto nella misura in cui questo può essere degradato a prodotto di intrattenimento della più bassa specie – e solo fin quando lo spettatore medio del Grande Fratello si sentirà insultato da una bestemmia – non significa che esso non disponga di un proprio senso del sacro. È sempre Pasolini a individuare nella laicità – quella laicità per cui hanno dato la vita i disegnatori di Charlie Hebdo – il “nuovo valore” su cui la nuova borghesia sarebbe forse stata capace di edificare una nuova cultura. Contro la sua stessa predisposizione, in quanto ultimo depositario “di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita”, a concepire il futuro tecnocratico che gli si annunciava come “un mondo di morte”, Pasolini intravede nello slogan blasfemo dei Jeans Jesus, partorito da una classe di nuovi industriali e nuovi tecnici “completamente laici”, “la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo tecnologico”.

Il politicamente scorretto come estetica del nuovo potere: questa la conclusione a cui si giunge seguendo Pasolini. Il sacro del capitalismo consisterebbe così nell’affermazione incondizionata dell’individualità contro ogni sovradeterminazione istituzionale – politica, familiare o religiosa che sia. Nel 1997 il giornalista statunitense Thomas Frank ha pubblicato un bellissimo libro, non tradotto in italiano, sull’evoluzione della cultura d’impresa americana negli anni Sessanta, dimostrando come questa, lungi dal vedere nelle rivendicazioni antiautoritarie del movimento giovanile una forza ostile, ne condividesse in pieno lo spirito. Frank confuta la visione tradizionale secondo la quale il mondo del business sarebbe stato “the monolithic bad guy who had caused America to become a place of puritanical conformity and empty consumerism”, e ci racconta la nascita del moderno capitalismo della “rivoluzione permanente” come prodotto di una profonda sintonia di valori tra gli elementi più dinamici della borghesia americana e i movimenti di protesta degli anni Sessanta. Fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui

 Commercial fantasies of rebellion, liberation, and outright “revolution” against the stultifying demands of mass society are commonplace almost to the point of invisibility in advertising, movies, and television programming.

La bohème, la ribellione alle regole e all’autorità costituita, la genialità visionaria, la lotta dell’individuo per emergere dal mare del conformismo: sarebbero questi i principali mattoni che formano la cortina ideologica dietro la quale si protegge oggi il potere.

Ma dici a me?

Ma dici a me?

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Nel libro del 1994 “La cultura del narcisismo”, Christopher Lasch ha scritto:

Sono i fatti a rendere ormai inadeguate le critiche di tipo libertario alla società moderna […]. Sono ancora molti i ‘radicali’ che continuano a dirigere la loro indignata protesta contro la famiglia autoritaria, la morale sessuale repressiva, la censura in campo letterario, l’etica del lavoro e altre istituzioni fondamentali […] che in realtà sono state indebolite o abbattute dallo stesso capitalismo avanzato. Costoro non si rendono conto che la ‘personalità autoritaria’ non rappresenta più il prototipo dell’uomo economico. L’uomo economico è stato a sua volta sostituito dall’uomo psicologico dei giorni nostri – il prodotto finale dell’individualismo borghese.

Leggendo queste parole si potrebbe credere che Lasch fosse una specie di trombone moralista. E invece il grande sociologo americano, che Claudio Giunta ha definito, nell’ottimo saggio da cui traggo queste citazioni, “un conservatore di sinistra”, è stato tra i maggiori campioni del politically incorrect del secolo passato. Epica in particolare la sua capacità di mandare su tutte le furie le femministe, con frasi come questa: “Certi slogan sulla ‘liberazione delle donne’ mascherano la necessità economica che trascina le donne sul mercato del lavoro”. Il politicamente scorretto di Lasch altro non riflette che la sua capacità di leggere in profondità la natura del potere contemporaneo:

Se riusciremo a superare le false polarizzazioni generate dalla politica del genere e della razza, scopriremo forse che le divisioni reali sono ancora quelle di classe […]. È appena il caso di ricordare che le élite che danno il tono alla politica americana, anche quando sono in disaccordo praticamente su tutto il resto, hanno un forte interesse comune nel voler soffocare una politica di classe. (La ribellione delle élite, pp. 96-97)

In questo senso si dimostra giusta l’intuizione che vede nel politicamente corretto un dispositivo di salvaguardia del potere: la difficoltà sta nell’individuare i gangli realmente sensibili, senza adagiarsi su concezioni vecchie di un secolo di ciò che è dissacrante e sovversivo. Alla luce di queste considerazioni, si potrebbe tentare di ridefinire il politicamente scorretto come ciò che mette in discussione l’uguaglianza davanti al mercato degli individui in quanto consumatori. Ed è evidente che la satira religiosa rientri a stento nella definizione.

Non è un caso che la Francia di Charlie Hebdo sia stata colta dall’isteria quando per le strade di Parigi comparvero queste inoffensive locandine, di cui fu subito ordinato il ritiro perché giudicate sessiste:

2012-Les-infideles

“Sto entrando in riunione”.

Con ciò non si vuole suggerire né che chi fa satira sia in realtà un servo sciocco del capitalismo, né che i comici farebbero meglio a indirizzare i propri strali contro l’uguaglianza dei sessi e delle razze anziché contro la religione. Per rendere giustizia alla complessità della realtà, occorre però dire che molte battaglie sacrosante – contro il patriarcato, contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale o sulla razza, contro il bigottismo intollerante della religione – non mettono in discussione l’assetto presente del potere, e anzi spesso lo assecondano. La battaglia per l’emancipazione passa per vie più tortuose di quella della pura e semplice implementazione degli ideali dell’Illuminismo, che in sé e per sé hanno dimostrato di essere capaci di servire forme di oppressione non meno dure di quelle che un tempo contribuirono a rovesciare. Si obietterà che il mestiere di chi fa satira non è quello di lottare per l’emancipazione umana, e questo è vero: l’attività dei migliori tra i comici consiste nello scovare sempre nuovi idoli di cui potersi far beffa, mentre la maggior parte di essi, pur avendo bisogno di immaginarsi nel ruolo di spina nel fianco dell’ordine costituito per riuscire ad ottenere un’erezione, non fa altro che infierire su vecchi idoli morenti, neanche in modo particolarmente raffinato.

Ciò che preoccupa, infatti, non è la scarsa profondità sociologica della satira, bensì il fatto che chi per mestiere dovrebbe sì coltivare progetti di emancipazione, la sinistra politica, stia appiattendo la sua agenda sul garantire la possibilità di dire, disegnare e fare quello che cazzo si vuole in qualsiasi momento: il risvolto della “marcia repubblicana” di Parigi e delle tante altre manifestazioni che in tutta Europa hanno visto sfilare insieme maggioranze e opposizioni in nome della libertà di espressione, infatti, è rappresentato dai patti che destra e sinistra stanno stringendo ovunque per adottare legislazioni securitarie a presunta garanzia di tale libertà. Come ha scritto recentemente Leonardo Tondelli, forse il miglior blogger politico italiano, in un suo post,

 Ci diranno – lo stanno già dicendo: o sei con le vignette o sei coi terroristi. Poi: o sei con le misure che prenderemo per difendere le vignette, o sei coi terroristi. O ti fai leggere le mail, o sei coi terroristi. O accetti di vivere in un determinato Occidente blindato, in cui incidentalmente le disparità sociali si vanno accentuando, o sei coi terroristi (dall’altra parte del tavolo i terroristi annuiscono, sono perfettamente d’accordo). È inteso che, dovendo difenderti, questo Occidente blindato non ti garantirà il benessere che garantiva ai tuoi genitori (era un’offerta lancio, un dumping colossale). D’altro canto la guerra creerà qualche posto di lavoro, e nel tempo libero potrai consolarti con le vignette satiriche su Maometto o Kim Jong-un.

Una considerazione conclusiva.

Questo articolo è stato scritto dal punto di vista di una critica radicale dello “stato di cose presente”. Da ciò deriva l’inclemenza con cui è stata trattata la satira religiosa di Charlie Hebdo. In verità, questo punto di vista non è necessariamente condivisibile, e anzi io stesso non lo condivido del tutto: la cultura integralmente laica di quello che con Pasolini abbiamo chiamato neocapitalismo, le cui potenzialità espressive il poeta intravide nello slogan dei Jeans Jesus, ha dato, da Wharol a Steve Jobs, frutti tutt’altro che trascurabili. Per fare un solo esempio, in seno ad essa è nata praticamente tutta la musica pop, e ai suoi margini sono cresciute perle come i Griffin e South Park, vette artistiche del politicamente scorretto elevato a sistema. L’alleanza tra il libertarismo degli anni Sessanta e le capacità produttive senza precedenti del capitalismo ci hanno dato possibilità di consumo, di movimento, di divertimento di cui nessun’altra generazione aveva mai goduto. La poesia dello stay hungry stay foolish potrà non sembrare il massimo a chi viene dai ruderi dalle chiese e dalle pale d’altare, ma è praticamente tutto ciò che abbiamo, ciò in cui siamo vissuti negli ultimi cinquant’anni.

La questione è capire in quanti, oltre ai redattori di Charlie Hebdo che l’hanno dimostrato col sangue, abbiano voglia di difendere questa cultura nel momento in cui essa, pur così giovane, inizia a mostrare cedimenti, con l’esasperarsi delle disuguaglianze, del deterioramento della natura, del senso di vuoto esistenziale del senso di insicurezza; la questione è capire se avremo la creatività e il coraggio necessari per provare a rimuovere questi mali senza gettare via le libertà ereditate dall’Illuminismo, o se prima di allora non avremo preferito liberarci della zavorra della libertà, come pronosticato dall’uomo del momento:

Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione.

Questa volontà di sottomissione potrebbe ben riportare in auge le religioni in Occidente. Ma è importante comprendere che se ci sarà un ritorno in scena dell’oscurantismo religioso, si tratterà di un fenomeno completamente nuovo e non di un ultimo scampolo di medioevo: non prenderne atto rischia di farci scoprire troppo tardi che le nostre vecchie armi della dissacrazione volteriana, contro i nuovi mostri, potrebbero essere armi spuntate.

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