La Classifica del Fare.

di loredago

Invest in Italy

Una slide di Renzi e un’inserzione sull’Economist che pubblicizza la Macedonia come quarto miglior riformatore secondo la classifica Doing Business.

A una settimana dal Consiglio dei Ministri del 12 marzo, quando Renzi ha tenuto una conferenza stampa accompagnata dalla proiezione delle ormai celebri slides, si può dire che la strategia del pesce rosso messa in atto dal premier ha perfettamente funzionato: gli opinionisti ancora si scannano sull’opportunità di utilizzare immagini simili a pubblicità di un supermercato per comunicare un programma di governo. Così, quando il mese prossimo la Pubblica Amministrazione italiana sarà identica a com’è adesso, e in futuro i governi continueranno a durare meno di cinque anni, nessuno si ricorderà che le slides di Renzi promettevano la riforma della PA per il mese di aprile e governi di cinque anni grazie alla nuova legge elettorale: ma tutti quanti ci ricorderemo del pesce rosso.

Com’è evidente dal video della conferenza stampa, Renzi stesso non ha saputo nascondere compiacimento e un po’ di sorpresa per la facilità con cui i giornalisti hanno abboccato.

Eppure c’è nella presentazione una diapositiva di cui vale la pena parlare: la quinta slide, il cui titolo, “La classifica del fare”, potrebbe far pensare a una graduatoria su chi si è scopato più ministre tra Renzi, Lupi e Alfano, riassume con grande efficacia la filosofia del Presidente del Consiglio.

Il “Fare”, un imperativo privo di ulteriori qualifiche che è un asse portante del renzismo, è qui identificato con lo scalare posizioni nella classifica “Doing business” pubblicata annualmente dalla Banca Mondiale (qui il rapporto completo). L’obiettivo è passare dall’attuale sessantacinquesimo posto al quindicesimo entro il 2018.

Renzi dev’essere affezionato a questa classifica, perché l’aveva già citata nel discorso della fiducia al Senato, quando aveva erroneamente affermato che l’Italia vi figurava al centoventiseiesimo posto (svista sfuggita agli implacabili fact-checkers del giornalismo italiano: alla posizione 126 nel 2014 c’è l’Argentina).

Ecco che si capisce perché, nel pensiero renziano, sia inutile specificare gli attributi del “Fare”: l’azione del governo è qui intesa come adeguamento rapido ed efficiente a parametri determinati fuori dall’agone politico, parametri la cui bontà è data per scontata e la cui implementazione non può che avere ricadute positive. “Vi mostreremo nei prossimi giorni tutte le classifiche su cui immaginiamo di recuperare delle posizioni”, dice Renzi: le classifiche sono neutre, e la buona politica non può che consistere nello scalarle.

Ora, le classifiche non sono per nulla neutre, e tanto meno lo sono gli organismi che le stilano: soprattutto quando si parla di competitività o di libertà economica la scelta di valutare positivamente determinate misure di politica economica e negativamente altre sottende precisi orientamenti politici. Ad esempio, solo recentemente, e in seguito alle proteste dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la Banca Mondiale ha espunto la flessibilità del lavoro dai parametri che contribuiscono a formare il Doing Business Index: così, nella pagina dedicata alle riforme realizzate in Italia dotate di un impatto sui parametri misurati dall’Indice, ci si limita ormai a registrare la legalizzazione del 2010 dei contratti di lavoro a termine per posizioni permanenti, senza più darle la connotazione esplicitamente positiva che aveva fatto indignare i sindacati. E mentre altre classifiche, come l’Index of Economic Freedom elaborato dal think tank di destra The Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, continuano fieramente a premiare gli stati che sottraggono diritti ai lavoratori, la Banca Mondiale si limita a valutare parametri apparentemente meno conflittuali, come la difesa del diritto di proprietà o la facilità nell’ottenere un permesso di costruzione, ma che meriterebbero di essere esaminati nel dettaglio prima di farne un programma di governo, soprattutto da chi come Renzi si scaglia spesso e volentieri contro i “tecnocrati di Bruxelles”.

L’idea di basare il proprio operato politico sui criteri stabiliti da una prestigiosa classifica internazionale dev’essere sembrata al premier una maniera per sprovincializzare il dibattito politico italiano. Invece si tratta un’idea tipica dei governi del terzo mondo che, dovendo rassicurare gli investitori sul fatto che nel proprio paese vige lo stato di diritto, non perdono occasione di proclamare la propria capacità e volontà di adeguamento agli standard stabiliti dalla tecnocrazia liberista sovranazionale. L’inserzione pubblicata dal governo Macedone sull’Economist nel 2008 ne è un perfetto esempio.

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