Confessioni di un ricottaro*.

di loredago

DISCLAIMER: Quella che segue è una finzione letteraria volta a raffigurare uno spaccato di politica meridionale. Non pretende di lanciare accuse circostanziate in relazione allo psicodramma delle primarie del centrosinistra barese, con le cui vicende non presenta palesemente alcuna affinità.

La Ricotta

«Si sono messi a insultare mia moglie, capite? A me le offese scivolano addosso, ma lei… dovevate vederla domenica sera, povera donna. Insultino me se vogliono, che ci sono abituato: voltagabbana, ricottaro, pure mafioso, di tutto mi hanno detto. Eppure, quando feci il primo salto a destra, io contavo di restarci: il ragazzino e sua madre sembravano capaci di offrire garanzie. E invece la Puglia è finita nelle mani di un comunista omosessuale – chi avrebbe potuto prevederlo – e lui se n’è andato a Roma. Ma quelli come me non sono fatti per la ribalta nazionale, siamo animali da territorio, noi: me ne ritornai da dov’ero venuto, tra i vecchi democristiani di sinistra, dove non ti facevano tante storie. Certo che sono scomparsi in fretta, ma avevo fiutato per tempo il boom dell’Italia dei Virtuosi… e anche la sua scomparsa: sono rimasto con loro il tempo indispensabile per rientrare in Consiglio. Hanno fatto gli offesi, però con le mie preferenze gliene ho tirati dentro un paio. Lo sapevano anche loro che funzionava così, credete che si aspettassero davvero che mi immolassi al molisano? Questi qui scompaiono tutti, ma noi non siamo nella posizione di naufragare appresso alle loro stronzate; noi dobbiamo restare tra noi, proteggerci…

Adesso lo dice un comico che destra e sinistra non esistono, e prende il 25%, ma questa è una verità che noi conosciamo da sempre: I miei compagni vengono dai democratici, dai berlusconiani, uno era proprio fascista, ma nessuno ha mai perso la salute dietro alle appartenenze. Altrimenti fai la fine di questi qui, che non sanno stare al mondo. Guardateli come si riducono, fuori dai seggi a fare veleno, con la schiuma alla bocca, a gridare ai brogli, a insultare una signora…

Me l’ha raccontato mia moglie di come la trattavano questi ragazzini, mentre faceva la scrutatrice, quando arrivava la mia gente a votarmi: “questi qua li ha mandati a votare il ricottaro”, “ecco le truppe cammellate del marito della signora”, e la indicavano, la guardavano come se fosse un’appestata, e lei zitta con gli occhi bassi sui registri elettorali, umiliata da quattro fighetti che pensano che chi ha i calli alle mani non debba impugnare la matita copiativa; santa donna…

Secondo loro devono votare soltanto le signore del centro e i ragazzini del Partito. Gli altri se ne devono stare nelle periferie in cui li abbiamo cacciati. Ce li abbiamo mandati perché le case in cui erano nati stavano lì da medioevo, cadevano a pezzi: così gli abbiamo detto. Poi le loro case ce le siamo comprate noi e con gli ultimi soldi pubblici che ancora avevamo da spendere ci siamo riqualificati il quartiere. Certo che ne abbiamo approfittato pure noi, era un processo in atto, non lo controllavamo noi, solo uno scemo ne sarebbe restato fuori. Però io almeno a questa povera gente restituisco qualcosa. Un buono spesa da dieci euro è più di quanto non abbiano avuto dai politici che parlano e basta. Hanno detto che abbiamo dato soldi ai poveri e abbiamo rovinato la festa della democrazia. Però non la sentivano, la puzza dei miei soldi, quando se li sono presi per farmi la campagna elettorale nell’Italia dei Virtuosi.

Ma io non sono un pezzente che dà elemosine in cambio di voti; io, quando posso, questa gente la faccio lavorare, io tutto quello che prendo lo restituisco, e il Ciccione lo sa, per questo ci ha dato una municipalizzata, perché io ci metto a lavorare la povera gente. A me il Ciccione sta simpatico, perché lo sa che qui senza i nostri voti non si vincono le elezioni. Lo sa e lo accetta: e io so e accetto che qualche volta le sue offese me le devo tenere, perché lui ha bisogno anche dei voti di quelli che si eccitano a vederci umiliati, i ragazzini che non si sono mai sognati di aprire una sede di partito in periferia, e se i morti di fame la mattina vanno a vendere il pesce invece di leggere Repubblica allora non devono votare. Però poi il Ciccione ci chiede scusa, perché ci rispetta.

Quell’altro, invece, insiste: dice che vogliamo solo poltrone, e che non ce ne darà. Si dovrebbe stare zitto, uno che con tutti i partiti dalla sua ha preso un pugno di voti più di quanti ne abbia presi io con le mie sole forze. Sembra che ci voglia convincere a portare i nostri voti dall’altra parte. Quello le elezioni manco le vuole vincere, ve lo dico io, sta meglio a Roma con la faccia pulita. Però le vincerà, le elezioni. Le deve vincere. E noi questa volta non ce ne andiamo dall’altra parte, perché in dieci anni a Bari abbiamo costruito una bella realtà, abbiamo consolidato una bella rete… non sono cose che si buttano via per un capriccio, per due offese. Perché al sud la stabilità, la stabilità con cui si riempiono la bocca a Roma, la garantiamo noi. Se all’ex uaglione di Chi-so-io non piace, domenica invece di stare qui se ne poteva andare a Bologna con l’amico suo, il fighetto di Monza: lì la stabilità la dà il lavoro, il partito… o almeno così dicono.

Ma quaggiù, senza lavoro, senza partito, senza niente, qui senza di noi salta tutto. Il nostro mestiere è questo, lo facciamo da sempre, lo faremo per sempre. Pensate sia facile? Pensate sia facile essere diffamati quotidianamente eppure andare avanti, lavorare con persone che mi sputerebbero in faccia se non avessero un disperato bisogno di me per mantenere la propria posizione? E allora invece di sputarmi mi fanno grandi sorrisi, parlano del logo che mi sono inventato per dare un nome alla mia rete di relazioni come se si trattasse di un vero partito, perché hanno di me un’opinione così bassa da pensare che io creda davvero che lo sia. Mentre l’unica ragione per cui sono costretto a mettere un tricolore in un tondo e a scrivere un programma con due frasi contro Equitalia è che altrimenti non saprei cosa raccontare ai giornalisti. Dio li benedica, i giornalisti, i veri maestri nell’arte di far finta di non capire per riempire le pagine che devono riempire senza avere troppe noie: loro sì che ti danno la forza di andare avanti.

Ci chiamino sciacalletti, pecore, faine. O ricottari e voltagabbana. A noi le offese scivolano addosso. Noi sappiamo di essere il sale di questa terra».

*ricottàro (region.) s. m. (f. -a) [der. di ricotta].
1. Chi produce artigianalmente la ricotta.
2. fig. A Bari, chi è dedito allo sfruttamento della prostituzione o più genericamente alla malversazione e al malaffare. Chi si appropria indebitamente di somme di denaro pubblico o ricavate dal lavoro altrui, similmente a chi con poco sforzo ricava dal latte la ricotta affiorante in superficie.
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