La Reazione

un blog di sinistra.

In morte di Marco Pannella.

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Foto di Paolo Piscolla via Flickr (Creative Commons).

Era il giugno 2009, il giorno prima delle elezioni europee. Nel tabaccaio sotto casa mia, a Bari, un signore altissimo chiedeva 4 pacchetti di Marlboro rosse e due scatole di sigari. Quando Marco Pannella si girò verso di me ed ex abrupto mi chiese il voto, con la voce rotta dal fumo, non seppi dirgli di no. A quel giro Vendola chiedeva un voto che gli permettesse di lanciarsi sulla scena nazionale, il Pd aveva imbarcato di tutto nelle sue liste per la circoscrizione meridionale. I Radicali si presentavano con una piattaforma specifica per il Parlamento Europeo e con candidati che sembravano capaci di metterla in atto: li votai per la prima e (credo) ultima volta.

L’ironia del nostro solo partito liberale è che non è mai stato riconosciuto come tale dai sedicenti liberali italiani. Al contrario moltissime persone di sinistra hanno il loro aneddoto su quella volta che hanno votato i Radicali, magari senza condividerne il pensiero: quasi sempre si tratta, più che di un voto a favore di qualcosa, di uno sfogo contro il perbenismo ostentato e ipocrita degli altri partiti.

Lord Norwich disse del premier britannico Neville Chamberlain:

“Mi sembra che il primo ministro abbia commesso due errori principali. Egli crede che l’opinione pubblica sia ciò che gli racconta il ‘Times’ – e crede che l’opinione dei conservatori sia quella che gli dice il capogruppo parlamentare”

Così i capipartito italiani, per prendere il polso al paese, hanno sempre preferito ascoltare il Corriere della Sera o il segretario della CEI piuttosto che guardare direttamente alla società italiana.

Non così Pannella: per questo, come notò Pasolini in occasione del referendum sul divorzio, egli comprendeva il paese meglio di qualunque altro partito, Comunista incluso. Ciò che Pannella vide nella società italiana può non piacere: un Paese consumista e gaudente, pronto a mettere da parte la patina moralista di cui ama rivestirsi ogni volta che questa si frappone alla soddisfazione del suo edonismo. A differenza del “candido” Pannella, Pasolini capì come la liberazione dai vincoli della famiglia, della maternità, del proibizionismo, giocasse a servizio non dell’emancipazione ma del nuovo potere capitalista.

Non so se il sostegno dei Radicali per il capitalismo liberale fosse dettato dalla convinzione che questo sia il solo sistema capace di garantire la pienezza dei diritti individuali; oggi però è chiaro che il capitalismo ha fagocitato la battaglia per questi diritti, piegandola ai suoi fini e trasformandola in una caricatura. E non è un caso che l’unica battaglia radicale su cui non si sono fatti passi avanti sia l’unica da cui il capitale non ha niente da guadagnare: quella per i diritti dei carcerati.

Il Ministro dell’Istruzione ha detto di recente:

“Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti. La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno. Le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione”

Che Stefania Giannini, una sedicente cattolica, faccia una dichiarazione del genere, appare allo stesso tempo come il trionfo e il fallimento di Marco Pannella e delle sue lotte.

Alla base di questo fallimento, un errore di prospettiva: l’idea che l’emancipazione sia un prodotto automatico della conquista dei “diritti”, e che per raggiungerla non serva un progetto politico-culturale di più ampia portata. Donde i continui cambi di schieramento, l’abuso dei referendum abrogativi, il concepire come un ingombro il proprio stesso partito.

Marco Pannella forse non ha tutti i meriti che normalmente gli si ascrivono, ed è probabilmente all’origine di alcuni dei nostri mali, come la personalizzazione della politica e la stessa logica antipolitica culminata nel Movimento 5 Stelle. La lezione di Pannella per la sinistra è che le singole battaglie per i diritti individuali, o l’idea che mettere il cappello su un referendum possa fare da volano elettorale o addirittura costruire maggioranze politiche, in ultimo non portano a niente, salvo che a un vago senso di autocompiacimento. La vera sfida è mettere le libertà conquistate con l’aiuto dei Radicali al servizio di un progetto di emancipazione collettiva.

Ma il candore con cui Marco Pannella si è battuto per le sue idee; il sacrificio del proprio corpo per servire le cause più impopolari; l’impressione che perfino le sue buffonate televisive fossero sinceramente finalizzate alla promozione di un’idea giusta piuttosto che al soddisfacimento del proprio ego, come uno Sgarbi o un Cecchi Paone qualsiasi; il fatto che per qualche ragione, e a volte anche a dispetto dell’evidenza, i suoi occhi azzurri non abbiano mai tradito malafede o malizia: tutto ciò mi ha sempre reso simpatico Marco Pannella, e oggi me ne fa piangere la morte.

Ciao Marco, decomponiti in pace: stasera accenderò una canna in tuo onore.

L’analfabetismo distruggerà l’Italia.

 

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Foto di Arianna Flacco via Flickr, licenza CC.

La rivista di divulgazione scientifica Le Scienze ha ipotizzato che l’ordinanza con cui la Procura di Lecce ha sospeso l’abbattimento degli ulivi infetti da Xylella in Puglia possa essersi basata su un equivoco linguistico. Secondo la maggioranza degli esperti, senza una rapida eradicazione degli alberi infetti la Puglia rischia di perdere tutti i suoi ulivi. Ma i magistrati che si sono opposti a questa soluzione non sarebbero stati in grado di comprendere il significato dei termini contenuti negli articoli scientifici prodotti dai loro consulenti. Si fa fatica a crederci, finché non si legge una citazione dal decreto di sequestro:

«Ciò che è emerso durante l’indagine è che al momento nel Salento potrebbero esserci più ceppi differenti (perlomeno nove!!!) nonostante i ricercatori di Bari sostengono esservene uno solo, il ceppo CoDiRO».

Ignoranza del congiuntivo, abuso di punti esclamativi: l’italiano di questi giudici è la lingua morta dell’internet, che tradisce il blog di Beppe Grillo e le pagine web complottiste come sole influenze letterarie. L’analfabetismo scientifico-letterario, una piaga in sé, quando tocca gli amministratori della giustizia diventa una minaccia mortale per il paese. Affrontiamo il problema, o prepariamoci a vivere in un’Italia senza ulivi, con sismologi in galera, pediatri sotto inchiesta, e Davide Vanoni Ministro della Salute.
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Elogio del posto fisso ( e di chi ce l’ha)

Il nuovo mondo di Galatea

Ciao a tutti,

voglio confessare un orribile peccato: io sono una statale con il posto fisso. Lo so, me lo ripetete ormai tutti i giorni e da tutti i pulpiti: sono la rovina di questo paese. Se l’Italia non è la nazione più sviluppata al mondo, e non abbiamo imprese astronautiche, startup fantascientifiche e distretti specializzati in ogni cazzabubbolo informatico è colpa mia. Sono io che blocco con la mia sola esistenza le magnifiche sorti progressive dello Stato. Sono un’infingarda dalla mentalità ristretta, ancorata al vecchio, arroccata nei suoi privilegi, che poi sarebbero uno stipendio a fine mese, una serie di compiti precisi da svolgere per contratto, un certo numero di giorni di ferie all’anno, un orario stabilito da passare al lavoro, e la possibilità, se mi ammalo, di restare a casa o in ospedale a curarmi, senza essere licenziata. A mio personale, personalissimo avviso, questi dovrebbero essere i diritti…

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Grexit?

In nessun campo dell’attività umana i benefici della crisi sono tanto chiari come nei rapporti tra le nazioni […] Se è vero che le relazioni economiche sono diventate impegnative e talvolta aspre, è anche vero che sono fortunatamente diventate più democratiche.

La crisi ha liberato molti Paesi fino ad allora subordinati al doppio imperialismo, mentale e finanziario, delle nazioni che controllavano i mercati e le politiche internazionali. Molte nazioni hanno imparato a fidarsi meno della cordialità internazionale e a cercare una vita autonoma, piena di ostacoli iniziali ma ciononostante divenuta in breve fruttuosa […]

Quando il sistema di arbitraggio oggi prevalente inizierà a rilassarsi, ci sarà un commercio internazionale più debole, ma ci sarà anche un maggior numero di nazioni economicamente forti.

La cooperazione economica oggi è una cosa molto diversa e più nobile rispetto alla vecchia cooperazione basata sulla convenienza dei paesi industrializzati e dei banchieri tutori del mondo. La certezza acquisita da molte piccole nazioni di poter sussistere e prosperare senza subordinare la propria condotta e la propria attività a interessi stranieri ha introdotto una maggiore franchezza e uguaglianza nelle relazioni tra le nazioni moderne […].

È vero che la crisi ha fatto naufragare molti principi alti e nobili della nostra civiltà; ma è anche vero che in questo ritorno a una sorta di primitiva lotta per l’esistenza, i popoli si stanno liberando di molte finzioni e ipocrisie che avevano accettato credendo che garantissero il loro benessere.

(Discorso radiofonico del Presidente della Repubblica di Colombia, trasmesso dal Columbia Broadcasting System, USA, il 19 settembre 1937.
Citato in E.H. Carr, The Twenty Years’ Crisis)

Sulla Grecia la stampa italiana viaggia nel tempo.

Provo un gran dispiacere per i non italiani che si interessano di politica, costretti a seguire le evoluzioni della crisi greca dai media internazionali. L’arcaico giornalismo dei loro paesi li condanna a leggere la cronaca dei fatti del giorno nel giorno in cui essi effettivamente avvengono. Mentre gli italiani, grazie alle sofisticate tecniche messe a punto dalla nostra stampa e invidiateci da tutto il mondo, possono finalmente realizzare il sogno di ricevere il giornale del giorno dopo.

Quindi mentre i lettori del Guardian, di Le Monde, del País, del New York Times, da sfigati che sono, dovranno aspettare fino a domani per conoscere i risultati della riunione dell’Eurogruppo che lunedì 9 marzo discuterà del piano di aiuti alla Grecia, i lettori di Repubblica, Corriere, Fatto Quotidiano e Ansa già sanno che:

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Repubblica.it

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Corriere.it

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Ilfattoquotidiano.it

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Ansa.it

Quando ho letto questi titoli ho temuto di aver dormito ventiquattr’ore filate ed essermi saltato la domenica. In preda al panico mi sono precipitato sui siti di informazione stranieri per cercare riscontro della notizia, non trovandone traccia alcuna: la prova del patto col diavolo stretto da De Bortoli, Mauro e Travaglio per ottenere il potere della preveggenza.

Leggendo gli articoli in questione, si scopre che tutti e quattro sono parafrasi pasticciate di un pezzo comparso oggi su Bloomberg, menzionato a mala pena dai nostri giornali (di linkarlo manco a parlarne), che ovviamente non fa riferimento a nessuna bocciatura di alcunché da parte dell’Eurogruppo. A dare adito ai nostri titoloni è stata la frase pronunciata dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, secondo cui la lista di riforme presentata da Atene sarebbe incompleta e non ci sarebbe da aspettarsi uno sblocco degli aiuti alla Grecia per il mese di marzo. Quest’informazione è riportata da Bloomberg in modo quasi aneddotico, poiché il governo greco, secondo lo stesso articolo, non avrebbe alcuna aspettativa sul fatto che la riunione di domani possa essere risolutiva. E infatti nessuno dei giornali stranieri che pure seguono la cronaca greca in modo maniacale ci ha costruito su un pezzo.

Secondo la nostra stampa, invece, un consesso di ministri non ancora riunitosi avrebbe “gelato la Grecia”, con tanto di virgolettato: “Niente aiuti, la lista è incompleta”.

Chapeau.

Uber: Benedetta Arese Lucini non è una puttana, tutt’al più è un magnaccia.

Troppo impegnati a indignarsi per l’esecrabile insulto sessista rivolto da un tassista alla manager milanese di Uber, gli opinionisti italiani tacciono sulla lunga storia di misoginia della start-up californiana: una dimenticanza che rivela le reali finalità politiche ed economiche che si nascondono dietro l’indignazione morale selettiva.


Siamo chiusi a tutti i finanzieri.

Siamo chiusi a tutti i finanzieri.

Che tu sia un affamatore di popoli, un evasore fiscale, un signore delle armi o uno speculatore finanziario, ti sarà garantita una vita prospera e priva di preoccupazioni nella misura in cui ti asterrai dal proferire dichiarazioni sessiste, omofobe o (a seconda dell’etnia implicata) razziste. Che questa regola aurea fondi la convivenza sociale nell’Occidente del terzo millennio mi è chiaro almeno da quando una delle imprese con la struttura fiscale più opaca al mondo è stata innalzata a campione del socialismo per aver lucrato con una campagna pubblicitaria gay friendly sulle infelici dichiarazioni di Guido Barilla nel 2013. In sé e per sé, una maggiore attenzione alle potenzialità discriminatorie del linguaggio mi sembra positiva. Nel caso delle recenti polemiche su Uber – la famosa multinazionale del trasporto automobilistico privato – la misura in cui l’ossessione per il politicamente corretto ha preso il sopravvento su qualsiasi tipo di considerazione socio-economica riesce nondimeno a sorprendermi. È successo che la general manager milanese di Uber, Benedetta Arese Lucini, si è vista dare della “puttana” su un cartello appeso nei pressi della sua abitazione, verosimilmente da parte di un tassista che si ritrova tra le mani una licenza per cui ha pagato centinaia di migliaia di euro e che con l’ingresso di Uber sul mercato diventa buona per farci coriandoli. benedetta-arese-lucini Se la nostra stampa non facesse quotidianamente luce sulla formidabile potenza della lobby dei tassisti, questa Bilderberg italiana che senz’altro dispone nel suo quartier generale delle più futuristiche tecnologie, si potrebbe ingenuamente pensare all’autore del cartello come a un abbrutito finanche privo di una connessione a internet, per non essere riuscito a prevedere le conseguenze controproducenti del suo gesto. Questo incosciente che si aggira per la Milano del 2015 ignaro della regola aurea di cui sopra ha infatti provocato l’ovvia riprovazione di tutti quelli che ieri erano Tsipras, l’altro ieri Charlie, e oggi sono Uber: dall’immancabile Severgnini che sul Corriere annuncia di essersi fatto un profilo Uber in seguito agli insulti ricevuti da Benedetta Arese Lucini, a Stefano Feltri che sul Fatto Quotidiano si scaglia contro i “conservatori violenti”, all’ardimentoso direttore di Wired, che con sprezzo del pericolo titola: “Noi stiamo con Benedetta, contro i vigliacchi. I tassisti hanno il coraggio di dire lo stesso?”, e impavido mutua il grido delle vittime di mafia “la prossima volta aggrediteci tutti”. Gli hashtag #iostoconbenedetta e #iostoconuber, subito trending topic, vanno da sé. Mi piace immaginare che al ricevere questa notizia (che è arrivata al Guardian, quindi verosimilmente anche al suo orecchio) il fondatore di Uber Travis Kalanick abbia interrotto un’orgia di stagiste asiatiche della Silicon Valley per brindare con un calice Goût de Diamants alla fortuna voltasi finalmente dalla sua parte. Già, perché l’ignoto tassista italiano è riuscito a far sì che nel dibattito pubblico del nostro paese si sia creato un legame tra la battaglia contro il sessismo e l’immagine di un’azienda boicottata dalle femministe del resto del mondo. Kalanick è infatti noto per il suo atteggiamento machista nella conduzione di Uber, e per aver detto di essere solito chiamare la sua azienda “Boober”, in quanto da quando questa l’ha reso milionario la sua desiderabilità sessuale sarebbe schizzata alle stelle. Siccome, ahinoi, viviamo ancora in tempi oscuri in cui utilizzare uno scadente gioco di parole per dire che i ricchi scopano di più non è sufficiente a decretare la rovina di un uomo, la campagna di boicottaggio ha dovuto aspettare, per prendere piede, il passo falso dell’ufficio di Uber di Lyon a ottobre 2014: qui Uber ha lanciato una promozione, con lo slogan “Chi ha detto che le donne non sanno guidare?”, consistente nel ricevere un passaggio da una figa stratosferica messa a disposizione da Avions de Chasse. Avions de Chasse è un’impresa francese che raccoglie foto e video provocanti di ragazze, alle più belle delle quali, in cambio, è concesso il privilegio di fregiarsi del marchio “Avions de Chasse”.

Sessisti noi?

Sessisti noi?

Se state pensando che questa sia la migliore idea imprenditoriale del millennio siete dei rivoltanti sessisti e dovreste lasciare il mio blog adesso. Comunque sia, Uber si è affrettato a ritirare la promozione in seguito a una segnalazione di BuzzFeed, ma ormai la frittata era fatta: Sarah Lacy, fondatrice di un’influente rivista tecnologica della Silicon Valley, ha esortato gli investitori a non affidare i loro soldi a Kalanick:

Here’s what I told investors the last few weeks when we’ve had this debate: You can certainly invest based only on the place you expect to find maximum return. That’s your job and your prerogative. But when it comes to the mounting misogyny in the tech world, you can’t sit on stage at industry events and say you care deeply about the state of women in the startup world and silently support assholes like these.

Secondo la Lacy, la misoginia del CEO di Uber comprometterebbe la sicurezza delle donne che usufruiscono del servizio. Una qualsiasi persona di buon senso di fronte a un ragionamento del genere si limiterebbe a soprassedere. E qui invece Uber fa una mossa che dimostra che Sarah Lacy non solo non è una povera paranoica, ma anzi ha perfettamente ragione nell’affermare che la direzione dell’azienda è composta da complete testa di cazzo: Emil Michael, vicepresidente senior di Uber, propone, alla presenza di giornalisti, di investire un milione di dollari per assumere una squadra di investigatori con il compito di trovare notizie compromettenti sui giornalisti critici con Uber e in particolare su Sarah Lacy. Ora, cosa voglio sostenere con tutto ciò? Che, come insinua Sarah Lacy, i manager di Uber sarebbero tutti dei magnaccia per aver pensato un servizio che mette in comunicazione potenziali maniaci sessuali con modelle chauffeur? Neanche per sogno: il titolo del post era uno specchietto per le allodole. Però è così che funziona il tritacarne dell’indignazione morale: ha qualche importanza che la direzione centrale di Uber, appena venutane a conoscenza, abbia censurato l’iniziativa della sua filiale lionese? No, perché il gioco di parole Uber/Boober di Kalanick è la prova del clima sessista dell’azienda che rende possibile per le sedi locali prendere simili iniziative. Per questo, come è noto a tutti meno agli indignati italiani, la rete pullula di appelli a disinstallare Uber da parte di donne oltraggiate. Allo stesso modo, la stampa italiana utilizza il gesto sessista di un singolo individuo per gettare discredito sulla rivendicazione dei tassisti: qualcuno scrive, per dovere, che si è trattato senz’altro di un “gesto isolato”, ma nessuno rinuncia ad adombrare la complicità collettiva, a suggerire che la violenza sessista sia in qualche modo connaturata a una battaglia “di conservazione” quale sarebbe quella dei tassisti. Con una importante differenza: Servegnini non avrebbe mai intitolato un articolo “Benedetta ha paura” per proteggere Arese Lucini dalla nota misoginia del suo CEO. Né Wired concepirebbe mai un titolo tipo “Noi siamo con la libera stampa: Benedetta Arese Lucini ha il coraggio di dire lo stesso?”, per pretendere che la manager milanese di Uber si dissoci dalle minacce dei suoi capi di investire milioni su una macchina del fango contro i giornalisti critici (una cosa che, almeno a me, fa un po’ più paura che una scritta puttana sul muro: sarà che sono più giornalista che donna). Tra il manager misogino di un’azienda da 40 miliardi di dollari e un tassista misogino, la libera stampa italiana sa sempre con chi accanirsi: e nel discorso pubblico, contro il più elementare senso comune, un colosso multinazionale da 40 miliardi, finanziato da noti nemici delle lobby come la Goldman Sachs o il fondo d’investimenti del Qatar, dichiaratamente disposto a investimenti milionari per silenziare la stampa critica, si trasforma nel paladino della giustizia, mentre una banda di tassisti che cerca come può di non unirsi a quel 10% di connazionali già sotto la soglia di povertà diventa la lobby, l’incarnazione del privilegio e della rendita di posizione.

Tassisti in protesta a Torino. Via corriere.it

Tassisti in protesta a Torino. Via corriere.it

Basta sforzarsi veramente poco, quindi, per scoprire, sotto la sottile patina dell’indignazione morale, la propaganda politico-economica. Negli USA, ad esempio, un blogger dell’Huffington Post può addurre come argomento a favore di Uber, senza che ciò desti scandalo, il fatto che i tassisti tradizionali (in maggioranza neri e latini) puzzino. Il che si potrebbe considerare un’annotazione ironica, se non fosse che la valutazione dell’odore del conducente è realmente entrata a far parte dei criteri di ammissione al servizio aeroportuale adottati, in risposta alla crescente concorrenza, dall’autorità dell’Aeroporto di San Diego. Da parte sua Sarah Lacy, nella chiamata al boicottaggio di Uber, tiene a precisare di non avere alcun problema con la visione politico-economica “libertaria” di Kalanick, la cui unica colpa sarebbe appunto la misoginia:

Kalanick’s investors in particular […] have told me that his same bad-boy behavior and arrogance is the only reason he was able to run headlong into the buzzsaw of dozens of powerful taxi lobbies. I’ve never had much of an issue with Kalanick’s hard charging competitive nature or libertarian beliefs. But this sexism and misogyny is something different and scary.

A parti invertite, cioè con anti-Uber ad essersi macchiati di sessismo, questo è lo stesso ragionamento di Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano:

La colpa di Benedetta Arese Lucini sembra essere, su tutto, di essere donna. Per di più giovane, 30 anni, che nel modo di lavorare è un’americana alla conquista dell’Italia. Uber sta cambiando il settore del trasporto urbano più di qualunque liberalizzazione (tentata e fallita) negli ultimi anni: non offre servizi tangibili, si limita a far incontrare domanda e offerta.

Feltri ci propina il cliché della manager criminalizzata in quanto giovane e donna, dotata del merito aggiuntivo di portare nella bigotta e gerontocratica Italia un po’ di american style – dimostrando così, Feltri, di essere completamente all’oscuro del dibattitto sul ruolo delle donne nella Silicon Valley, descritto dalle femministe come uno degli ambienti di lavoro più sessisti d’Occidente. Dopodiché, invece di difendere Arese Lucini in quanto giovane e donna (le caratteristiche per cui sarebbe stata presa di mira), il giornalista economico del Fatto si prodiga in un elogio dell’azienda per cui questa lavora – dimostrando così di non avere neanche la minima idea di cosa sia Uber. Feltri abbraccia in pieno lo stereotipo che descrive le imprese della Silicon Valley come delle “non-imprese”, dei semplici “hub” la cui unica attività consisterebbe nel rendere più fluide, grazie alla tecnologia, le normali attività della vita quotidiana di ciascuno. Come queste aziende riescano a promuovere una tale immagine di sé (un solo esempio: la sostituzione giornalistica della parola “multinazionale” con quella decisamente più cool “start-up”), e i privilegi legali e tributari che ne derivano, meriterebbero un’analisi approfondita che rimando a uno scritto futuro. Qui mi interessa sottolineare come questo stereotipo, nel caso di Uber, sia del tutto erroneo. Uber non fa incontrare domanda e offerta, perché l’offerta di passaggi a pagamento esentasse sul proprio veicolo privato, senza Uber, semplicemente non esisterebbe: Uber è una multinazionale che elargisce un servizio di trasporto per mezzo di veicoli di proprietà dei conducenti, ai quali è corrisposta una percentuale oscillante tra il 75% e l’80% del prezzo della corsa. Il prezzo della corsa è stabilito da Uber, così come la lista dei conducenti abilitati, sottoposti a una selezione che l’azienda stessa definisce “often more rigorous than what it takes to become a taxi driver”. Per finanziare il processo di selezione dei conducenti, i passeggeri di Uber pagano una tariffa addizionale di un dollaro su ogni corsa, la cosiddetta “Safe Rides Fee”. Insomma niente a che vedere con la descrizione di Stefano Feltri, che non avendo speso neanche un minuto del suo tempo per fare una ricerca su Google parla di Uber come se fosse Blablacar Una descrizione accurata di ciò in cui realmente consiste il modello di business di Uber si trova in un articolo di Luca De Biase decisamente favorevole all’azienda californiana:

Chi investe in Uber sa che la piattaforma vincente gestisce il suo servizio in modo tale da spostare il rischio di mercato su chi offre e chi domanda (il prezzo delle corse varia in funzione della quantità di domanda in rapporto all’offerta) ed evita il più possibile di assumersi rischi di branding spostando la questione della qualità del servizio sul lavoro che gli utenti svolgono valutando i guidatori (le stellette di valutazione dei guidatori sono compito degli utenti). Uber si concentra sulla tecnologia (eccellente), sulla rimozione degli ostacoli legali, sul reclutamento di persone che offrano il servizio (valorizzando part-time asset come la loro automobile e il loro tempo che in assenza di Uber allocherebbero in modo meno efficiente), sull’utilizzo intelligente dei dati.

De Biase coglie perfettamente tutti i punti nodali, anche se molte delle cose che a lui sembrano meravigliose sono in realtà orribili. “Spostare il rischio di mercato su chi offre”, significa che il lavoratore viene privato di qualsiasi tutela affinché lui solo, e mai l’imprenditore che lucra sulla sua attività, subisca le oscillazioni negative del mercato; l’imprenditore non si fa neanche garante della qualità del servizio offerto (rischi di branding), limitandosi a impedire l’utilizzo della tecnologia Uber agli autisti che ricevano poche stellette dagli utenti – il che è l’equivalente esatto di un licenziamento o del ritiro di una licenza, ma dirlo così farebbe sembrare Uber una compagnia di taxi abusiva e non una start-up promotrice dell’incontro di domanda e offerta. “Spostare il rischio di mercato su chi domanda” significa che se centinaia di persone vogliono usufruire contemporaneamente del servizio offerto da Uber potrebbero doverlo pagare il doppio o il quadruplo del prezzo abituale – indipendentemente dal fatto che costoro stiano tornando a casa da una discoteca o stiano cercando di allontanarsi in fretta dall’area di un attentato terroristico. De Biase scrive anche che la rimozione degli ostacoli legali è una delle attività principali di Uber: la definizione esatta di lobbying, che sorprendentemente sembra non essere prerogativa unica dei tassisti. Con l’analisi dell’ultimo aspetto evidenziato da De Biase, che è anche quello più importante, concludo questo lunghissimo post: secondo i sostenitori dell’azienda, Uber consentirebbe ai conducenti di utilizzare in modo efficiente due risorse (l’automobile e il tempo libero) che altrimenti andrebbero sprecate. La questione degli inesistenti diritti dei lavoratori, in quest’ottica, sarebbe futile, perché gli autisti di Uber sono persone che liberamente scelgono di utilizzare il loro tempo libero per fare qualche soldo in più, abbassando allo stesso tempo il costo del trasporto privato per il consumatore. Una formidabile situazione win-win-win-win: vince il lavoratore, vince il consumatore, vince l’imprenditore, perdono i tassisti il che è una quarta vittoria perché i tassisti sono stronzi lobbisti truffatori e spesso puzzano. E invece non è vero un cazzo. Prima di tutto perché degli oltre 160.000 autisti attivi di Uber circa 32.000 lavorano a tempo pieno: trentaduemila tassisti senza licenza, senza contratto, senza contributi, senza diritti. Secondo, perché bisogna avere una concezione ben distorta di cosa significhi “tempo libero” per sostenere che il suo utilizzo più efficiente sia il lavoro: una persona che fa il tassista nel “tempo libero” sta semplicemente rinunciando al suo tempo libero, non lo sta allocando in modo più efficiente. Può darsi che questa sia una libera scelta dettata dalla noia o dall’avarizia, ma sospetto che chi sceglie, dopo il lavoro, di sostituire lo svago con altro lavoro lo faccia per necessità o disperazione. Il che dovrebbe condurre a interrogarci sulla causa di questo stato di bisogno, anziché a tessere l’elogio del sacrificio: e la ragione per cui la gente deve lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno risiede appunto nelle politiche di deregolamentazione selvaggia promosse da individui come Travis Kalanick. Per la stessa ragione siamo disposti a immolare ogni diritto e regola a una start-up che ci promette qualche euro di risparmio sul taxi. Da cittadini di una società capitalista avanzata, viviamo una scissione tra la nostra identità di lavoratore e quella di consumatore: ogni botta assestata alla prima – attraverso la riduzione dei diritti e dei salari – potenzia la seconda, generando un circolo vizioso in cui, potendo spendere sempre meno, accogliamo più volentieri ulteriori riduzioni di diritti e salari in cambio di prezzi più bassi al consumo. Le aziende come Uber sono oggi le principali artefici e beneficiarie di questo meccanismo, in cui la tecnologia viene usata per spezzare, anziché rafforzare, i legami sociali e le rivendicazioni collettive. Consti che, di quest’utilizzo della tecnologia, la dottoressa Benedetta Arese Lucini è consapevole e orgogliosa promotrice:

Quando i lavoratori scioperano, gli startuppers glielo mettono in culo.

Quando i lavoratori scioperano, gli startuppers glielo mettono in culo.

Che fine ha fatto Occupy Pd?

La base si è arresa.

La base si è arresa.

Quando il 31 gennaio mi sono rallegrato, come chiunque tranne Salvini, per l’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, per un momento mi è risultata incomprensibile l’indignazione che il 17 aprile 2013 provai per la candidatura al Quirinale, da parte di Bersani, di un personaggio con un profilo politico pressoché identico: Franco Marini.

Lo spiacevole sentimento di contraddizione con me stesso è stato subito dissolto dalla constatazione che un anno e mezzo fa la posta in gioco dell’elezione del PdR era la scelta tra le larghe intese di durata indefinita e un governo di scopo e di sinistra che ci riportasse alle urne dopo aver attuato un paio di provvedimenti urgenti, mentre oggi, essendosi ormai consolidata la prima opzione, il peso politico del Quirinale non deborda più in modo così eclatante dal dettato costituzionale. Il che per inciso mi sembra un bene.

Ad ogni modo, questa linea di pensieri mi ha indotto a riflettere su cosa passasse per la testa, all’epoca, di quelli che come me fondarono e animarono il movimento Occupy Pd, ma soprattutto sul perché tutto quel clamore (io soltanto, che certo non ero l’uomo immagine della protesta, fui invitato a cinque trasmissioni televisive in poche settimane) sia scomparso nel nulla cosmico. Un nulla di cui il grafico delle ricerche su Google del lemma “Occupy Pd” fornisce un’efficace rappresentazione:

Google Trends Occupy PD

Ora, che Occupy Pd fosse un movimento piuttosto effimero e molto pompato dai media non è mai stato un mistero, credo, neanche per i suoi più convinti membri. Ciononostante esso ha rappresentato l’istanza di cambiamento più violenta a cui il Partito Democratico sia stato sottoposto dai tempi in cui si chiamava Pds, o almeno io non ricordo precedenti tentativi di occupazione dell’Assemblea Nazionale del partito da parte di centinaia di suoi militanti.

Se si pensa che l’episodio dei 101 è quasi una marachella in confronto a ciò che il Pd ha fatto in seguito (siluramento di Letta con reintegro di Berlusconi in maggioranza grazie al patto del Nazareno, Jobs Act, Italicum, riforme costituzionali a botte di fiducia, riforma del regime dei minimi, delega fiscale, Ichino che comprensibilmente torna nel Pd in conseguenza di tutto ciò, ecc.), non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno si chiedesse perché Occupy Pd si sia smaterializzato. E infatti qualcuno se lo chiede, come ho scoperto riaprendo la pagina Facebook di Occupy Pd, il cui ultimo post ufficiale risale al novembre 2013 e le cui notifiche ignoravo da mesi:

Occupy Pd commenti

Provo a formulare la mia risposta a questa domanda, se non altro per dare un po’ di soddisfazione a chi imperterrito continua a rivolgerla a una pagina Facebook morta e defunta, della quale oltretutto sono amministratore.

Dunque, cari Antonio, Luigino, Emanuele, Francesco e innumerevoli altri, dovete sapere che i militanti di Occupy Pd erano essenzialmente di due tipi: i giovanilisti, quelli che volevano resettare la dirigenza perché “con queste facce vecchie che vengono dal PCI non vinceremo mai”, e quelli di sinistra, che a Bersani e al suo gruppo dirigente rimproveravano non il sigaro e i proverbi emiliani ma la linea centrista ritenuta fallimentare. Quelli di sinistra erano anche animati dalla forte convinzione che la “base” del Partito Democratico a) esistesse, b) se consultata, avrebbe dato loro ragione.

Ora, voi che nel 2015 sentite il dovere di spendere un minuto del vostro tempo a chiedere perché Occupy Pd sia morto (Emanuele, tu l’hai fatto il giorno della vigilia di Natale, forse dovresti rivedere le tue priorità), o siete troll grillini, o siete tra quelli di sinistra.

Infatti i giovanilisti  hanno visto realizzati i loro desideri con la vittoria schiacciante di Renzi al congresso, e a quel punto si sono coerentemente chiamati fuori da ulteriori proteste. Questo benché la forma di rinnovamento attuata da Renzi, consistente in buona parte nel portare avanti le seconde linee della dirigenza del Pd fino a quel momento restate nell’ombra del precedente Apparato, contraddicesse chiaramente uno dei punti del post programmatico pubblicato a maggio 2013 sul blog ufficiale di Occupy Pd:

OccupyPd […] vuole dare voce a chi nel Partito non l’ha avuta fin ora, e non vuole essere assolutamente vettore di riposizionamento per chi sta cercando una collocazione nuova dopo la rovina dei propri precedenti capi.

Questo grassetto, inserito dal sottoscritto nel post originale, era motivato dalla sensazione che l’exploit di una protesta così vigorosa in coincidenza del crollo della segreteria Bersani potesse in parte spiegarsi con l’attrattiva di una rapida scalata sulle macerie della vecchia dirigenza. Al netto degli inevitabili opportunismi (non sono tra quelli che condannano l’ambizione, se condizionata al raggiungimento di obiettivi politici e non solo personali), e nonostante la consapevolezza che i repentini cambiamenti di linea, l’entrismo e le scalate al potere istantanee appartengono alla mitologia politica, mi sembrava comunque meraviglioso che si fosse aperta una finestra temporale in cui sarebbe stato possibile spostare significativamente a sinistra la barra di un partito in precedenza impermeabile come il Pd.

L’aprirsi di questa finestra sotto gli occhi di tutti spiega le reazioni isteriche che ebbe l’establishment dei Giovani Democratici di fronte alla nascita di Occupy Pd: l’ingenuità degli animatori del movimento fu forse quella di non vedere in questo tipo di reazioni un indizio di quanto in fretta la finestra si sarebbe chiusa.

La responsabilità, qui, è tutta di quel “centro” del Pd riagglomeratosi in fretta dietro la candidatura di Cuperlo, che, in nome della salvezza del Partito contro l’invasione dei barbari, si mise immediatamente all’opera per normalizzare una situazione che normale non era. Ad oggi continuo a non capire bene cosa costoro sperassero di ottenere blindando il partito con la scelta di Epifani come reggente e con la messa al bando di qualsiasi dibattito sull’opportunità di sostenere il governo Letta-Alfano, visto che l’unico risultato delle loro azioni è stato quello di consegnare un partito blindato nelle mani di Renzi.

Da parte sua Renzi, nella veste di segretario, non ha fatto che esasperare le tendenze già in atto sotto la guida di Bersani: continuo drenaggio di iscritti, incomunicabilità tra i circoli e la dirigenza, riduzione di Assemblea e Direzione Nazionale a organi di ratifica di decisioni prese nel salotto del leader, imposizione della disciplina ferrea al gruppo parlamentare. Siccome però il Pd era già un partito in cattiva salute, sotto i colpi del renzismo probabilmente è morto. Non parlo del marchio Pd/Renzi, quello che ha sfondato il 40% alle europee e che potrebbe avere – anche se non ci giurerei – lunghissima vita; parlo del partito Pd, quello che ha perso l’80% degli iscritti in un anno e in cui la dissidenza è trattata con modi da Movimento 5 Stelle.

E ciò ci riporta al tema di dove sia finita l’ala sinistra di Occupy Pd. Non è un mistero per nessuno che prima del congresso questa fosse confluita quasi interamente nella mozione Civati, riuscendo tramite essa a esprimere qualche rappresentante in Assemblea Nazionale e, in seguito, addirittura un parlamentare europeo. Il problema è che quest’area basava il proprio operato, come ho detto, sulla convinzione che la base del Pd ci fosse e fosse di sinistra. L’incoronazione di Renzi a dominus et deus in seguito a primarie piuttosto partecipate e il successivo smantellamento del Partito hanno confutato entrambi i punti.

Credo che buona parte dei militanti di Occupy Pd ne abbia preso atto e ormai guardi a ciò che si muove alla sinistra del Pd: se non si sente più la loro voce, è semplicemente perché al Partito Democratico non hanno più niente da dire.

Quelli che, anche grazie a Occupy Pd, hanno raggiunto posizioni di responsabilità, invece, continuano a dire e pensare, dalle posizioni che occupano nel partito o nelle istituzioni, le cose di sinistra che hanno sempre detto e pensato. Io di per mio non ho niente da rimproverare loro: sono tutte persone rimaste fedeli al loro mandato e perseguono fini che sono anche i miei. Il problema è che la politica consiste nel realizzare un fine per mezzo di una strategia, e la strategia di chi voleva portare il Pd a sinistra per attuare politiche di sinistra nel Paese, semplicemente, è naufragata. Il Pd è un partito in cui il processo di eterogenesi dei fini è ormai giunto a termine finanche in ciò che resta della “base”. Nessuno dei suoi dirigenti tenta più di venderne le politiche e le alleanze come sgradevoli necessità dettate dalle circostanze. Se ancora Letta fingeva che i suoi provvedimenti più antipopolari fossero il boccone amaro imposto dall’alleanza con la destra, Renzi rivendica con orgoglio la paternità di leggi anche peggiori. Chi si chiede perché Occupy Pd non esiste più, pensi che l’immagine che darebbe Occupy Pd, oggi, sarebbe quella di una mosca che si ostina a schiantarsi contro una “finestra del cambiamento” che nel Partito Democratico non è mai stata così chiusa. Suppergiù la stessa immagine che dà Bersani quando invoca il “metodo Quirinale” anche per le riforme e Delrio gli scorreggia in faccia trenta secondi dopo. Una cosa che fa male al cuore.

Tolti i Giovani Turchi, i simulatori di opposizione interna che non hanno altro scopo se non quello di permettere a Renzi di presentarsi al pubblico come Grande Mediatore o Asfaltatore a seconda di cosa gli convenga, quelli che continuano a fare realmente opposizione interna nel Pd sono spinti, mi sembra, dalla convinzione che a sinistra del Pd ci sia un ineludibile destino di morte e distruzione. Questo cliché è il tipico caso di profezia che si auto-avvera, perché dissuade dal dedicarsi a progetti di costruzione della sinistra moltissime persone capaci e potenziali leader che, però, hanno comprensibilmente a cuore anche la propria sopravvivenza politica: le esitazioni di persone del genere lasciano campo libero ad avventurieri, riciclati, professori ottuagenari che si costituiscono in improbabili collegi di garanti, e insomma a tutti quelli che con i loro periodici, grotteschi insuccessi rafforzano la tesi che a sinistra del Pd non si muova nulla. Eppure basterebbe guardare poco oltre le coltri del renzismo per rendersi conto che l’idea secondo cui un progetto serio di cambiamento della società debba necessariamente gravitare intorno ai partiti del socialismo europeo non è più supportata dai fatti: con i partiti ridotti a marchi e la crescente irrilevanza delle strutture del Pd, la strategia “cambiare il Partito per cambiare l’Italia” rivela semplicemente una fissazione psicologica in chi la propugna.

L’attuale inesistenza di Occupy Pd, in fondo, ha il merito di non fomentare ulteriormente questa strategia sclerotizzata.